Sin dall’incipit, la storia ha il tono di una favola, narrando di «una regina dal cuore arido, che a poco a poco si inasprì col mondo intero». Ma è in arrivo una, anomala, “tempesta solare” che avrà effetti sconvolgenti: dagli sbalzi di corrente a ben più profondi corto circuiti umani… La “regina” di cui si parla in realtà è Regina solo di nome: un’albergatrice anomala e solitaria che non vuole clienti nel suo alberghetto ormai chiuso da anni, in un paesino di montagna al confine con l’Austria. Là tutti la chiamano con sarcasmo “Fräulein”, signorina. Ma intendono “zitella”, visto che nessuno ha mai fatto breccia nel suo cuore. Un uomo che ci spera è il goffo postino che se ne va in giro sul suo ciclomotore scassato, ma Regina non lo guarda nemmeno. Acida e scontrosa, sembra star bene così, da sola con la sua gallina: al massimo va in Chiesa a dare una mano nelle pulizie (con le cuffie alle orecchie, per estraniarsi: ascolta un corso di meditazione per superare i suoi limiti) o aiuta qualche anziano. Quando una sera si avvicina al suo cancello un turista attorno ai sessant’anni, i suoi modi gentili non la inteneriscono, e nemmeno la sua cortese fermezza nel voler soggiornare proprio in quelle stanze. Ma gli apre le porte, solo per una notte. O almeno così crede: lui, Walter Bonelli, si vuol fermare per alcuni giorni, con il desiderio di rievocare qualcosa del suo passato… E mentre in paese aumentano i blackout, quel gentile e malinconico turista incrina la durezza di Regina.

Fräulein – Una fiaba d’inverno, opera prima della giovane Caterina Carone alla regia, dopo vari corti e documentari, è una fiaba quasi senza tempo, con un tono a tratti spiazzante e personaggi anacronistici. Al fondo, è la classica storia di incontro di due solitudini, che permette a due esseri umani di aprirsi all’altro e al mondo. Un uomo e una donna, come in tanti altri casi: anche se in questo caso la vicenda di Regina e Walter – che viene inseguito al telefono da un figlio e ha strane apparizioni femminili, di cui non è difficile scoprire il senso – non sfocia in una tardiva e scontata storia d’amore, ma in un’originale amicizia. Alcune cose non convincono, come certi personaggi di contorno fin troppo naif (ma Max Mazzotta, come sempre, regala al suo postino una simpatica e incisiva caratterizzazione) e i toni fin troppo new age di questa tempesta solare” in arrivo. Quanto ai protagonisti, Lucia Mascino è attrice brava ma che ancora non ha avuto una parte all’altezza delle sue doti (se non nella web serie Una mamma imperfetta): qui le è affidato un personaggio un po’ surreale, di donna scorbutica ma in fondo neanche troppo che all’inizio è disegnato con qualche incertezza tra realismo e umorismo sopra le righe.

Il vero valore aggiunto è Christian De Sica, in un ruolo che finalmente mette in luce le sue doti di commediante di razza: ed è un merito della giovane regista se non solo al suo Walter Bonatti gli si sono regalate eleganza e classe che in genere De Sica jr non sfoggia; ma anche che al figlio del grande Vittorio l’esordiente abbia tenuto le redini meglio di tanti altri consumati colleghi. In questo esile – e con vari passaggi poco convincenti – ma tutto sommato grazioso film, De Sica riesce a essere brillante come sa e a tratti anche toccante: riuscendo a intenerire quando rievoca un nascosto dolore, a divertire con il suo linguaggio forbito e fuori tempo e perfino a lasciarci a bocca aperta per come duetta con una gallina. Il finale, poi, sarà prevedibile ma suscita simpatia nell’amicizia che è nata come un fiore nel deserto. E che ha come conseguenza uno spalancarsi dello sguardo della ex incorreggibile Fräulein su ciò che le sta attorno.

Antonio Autieri