Io sono la fine del mondo è un film tecnicamente ben realizzato, grazie alla regia attenta di Gennaro Nunziante, noto per i successi con Checco Zalone. E inizialmente nel vedere il personaggio programmaticamente antipatico di Angelo Duro, portato al successo in tv o nei monologhi teatrali, si può pensare a un analogo meccanismo: laddove c’era il tamarro (o meglio, il “cozzalone”), qui c’è l’antipatico. Ma in fondo di buon cuore? Lo si spera. E invece…

La cura nella messa in scena e anche la solidità degli attori di contorno – ottimi soprattutto Giorgio Colangeli e Matilde Piana – contribuiscono alla qualità complessiva dell’opera. Tuttavia, il protagonista – che si chiama anche lui Angelo Duro, come spesso succede con le “maschere” comiche – fatica a trovare il giusto ritmo cinematografico. Il suo tempismo nelle battute è incerto, e questo appesantisce il ritmo della narrazione. Ma fossero questi i problemi…

Angelo, inizialmente divertente nella sua cattiveria (con chiunque gli si pari a tiro, nel condominio, per strada, in aeroporto, ovunque: un vero misantropo che dice ogni cattiveria gli passi per la testa), scivola infatti progressivamente in un’esagerazione esasperante che rischia di alienare lo spettatore. Le privazioni infantili o adolescenziali imposte dai suoi genitori – come il divieto di gelati e bibite gassate, poi del motorino – non sembrano giustificare la vendetta a scoppio ritardato del figlio. Dopo essersi disinteressato per anni di loro e aver lasciato la cura di padre e madre alla sorella, quando lei decide di allontanarsi per una sospirata vacanza in barca con suo marito e altre coppie, il fratello approfitta di non poter disporre per due settimane dell’auto con cui lavora a Roma (porta a casa i ragazzi che si ubriacano in discoteca e non possono guidare) per scendere in Sicilia dai genitori. Loro si illudono che sia cambiato, che li voglia aiutare, ma capiscono presto – soprattutto l’incattivito padre, mentre la madre è più ingenua – che Angelo ha quanto meno mantenuto il cattivo carattere. Ma le sue reazioni, se all’inizio strappano qualche sorriso, con il passare dei minuti risultano sempre più ripetitive nei meccanismi, grottesche e poco credibili.

A un certo punto però in Io sono la fine del mondo avviene una possibile svolta. Quando si scopre che il protagonista è stato mandato da piccolo in collegio dai genitori, la vicenda acquista un minimo di profondità («mi addormentavo chiamando la mamma e il papà, ma loro non arrivavano»), che avrebbe potuto dare una sterzata più seria e interessante alla storia. Tuttavia, questa possibilità viene sprecata con una spirale di vendette sempre più assurde, culminando con la vendita della casa di famiglia. Anche il momento in cui lo psicologo suggerisce al padre di dire ad Angelo per la prima volta “ti voglio bene” avrebbe potuto essere una svolta emotiva significativa, ma viene rapidamente annullato dalla deriva del finale. Con un epilogo agghiacciante per cinismo e oltre tutto assolutamente in contrasto con il tono comunque comico del film. Né ci sembra c’entri molto con lo stile dei film precedenti del pur bravo Nunziante, che dopo i successi con Checco Zalone o anche i meno felici esiti dai successivi film con Rovazzi o la coppia Pio e Amedeo (deboli ma innocui) qui sembra non essere riuscito ad arginato la programmatica “scorrettezza” del suo nuovo “assistito”.

Antonio Autieri

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