In un mondo migliore intreccia la storia di due dodicenni e delle loro famiglie. Da un lato un ragazzino è vittima dei bulli della scuola, mentre suo padre, un “medico senza frontiere” idealista, è impegnato a salvare vite in Africa e sua madre porta avanti la separazione. Dall’altro, un bambino colpito dalla morte della madre sfoga il suo dolore nella rabbia contro il genitore rimasto e contro il mondo. Tra i due ragazzini si sviluppa un’amicizia che sfocerà in un dramma che costringerà gli adulti a fare i conti con se stessi.

Ancora una volta Susanne Bier (autrice del bellissimo Dopo il matrimonio, con cui questa pellicola condivide molti temi) affronta, con un racconto “morale” e profondamente umano, il dilemma di uomini divisi tra il dovere nei confronti dei “figli degli uomini” e quello verso la propria famiglia, ma anche lo scontro tra spinta ideale del singolo e violenza del mondo. Una violenza che interroga nello stesso modo, si tratti di piccoli rais africani che si divertono ad aprire i ventri delle donne incinte o della violenza più domestica del bullismo scolastico; o, ancora, di quella frutto di un dolore che non si riesce né a sopportare né a condividere.

La regista danese riesce ancora una volta a dire, senza essere predicatoria o ideologica, qualcosa di molto importante sull’uomo e sulla società. Di fronte alla violenza e al dolore non basta un imperativo morale, per quanto sincero, un discorso o addirittura l’esempio più nobile e coraggioso. Anche l’uomo più buono e generoso del mondo finisce per scontrarsi con uno “scandalo” di fronte a cui il suo “dover essere” non lo sostiene e le idee non bastano. Ma l’errore e la tragedia, per quanto inevitabili, non sono l’ultima parola.

Alla fine solo un abbraccio e la presenza, ancorché fallibile, di un padre possono offrire la luce di una speranza non fasulla, proprio perché purificata dal dolore e dall’errore.

Laura Cotta Ramosino

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