Film sfuggente e complesso, non facile da incasellare. Tratto dal romanzo omonimo di Kanae Minato e arrivato in Italia quasi tre anni dopo l'uscita in Giappone e in diversi Festival internazionali, il film firmato dal talentuoso Tetsuya Nakashima è un racconto freddo e glaciale di una vendetta che ha preparato nel corso degli anni, con calma olimpica, un'insegnante sconvolta dalla morte della figlioletta. L'incipit è straniante: in una classe di liceo è in corso l'ultima lezione di una professoressa. Nessuno la sta ad ascoltare, come al solito: i ragazzi si divertono, la prendono in giro, si prendono in giro. E l'atmosfera plumbea – che scandirà le sequenze dell'intero film – non facilita le cose allo spettatore che si trova sin dai primi minuti in un groviglio di domande di difficile risposta: perché la professoressa non riprende questi screanzati? E perche questa lunga lezione di chiusura?. Lo si scoprirà presto: tassello dopo tassello, ricordo dopo ricordo, dolore dopo dolore lo spettatore si renderà conto con orrore di quello che è successo alla figlia della protagonista e soprattutto seguirà lei nella sua personale vendetta che si consumerà proprio in quella classe. Film spietato e crudele: ci ricorda un po' – ma senza la componente melodrammatica – il romanzo Appuntamenti in nero di Cornell Woolrich in cui un protagonista, ferito a morte dalla scomparsa dell'amata, si vendicava contro il Destino pescando a caso delle vittime che dovevano soffrire come aveva sofferto lui. Lo spunto è simile anche se il trattamento molto differente: Nakashima sa di giocare con il fuoco (i protagonisti sono un'insegnante e un gruppo di studenti, gli scenari principali la scuola e la casa) e attraverso un linguaggio molto ricercato (anche troppo) fatto di ralenti, primi e primissimi piani e una fotografia plumbea e autunnale, asciuga la violenza ripresa in modo apparentemente oggettivo e distaccato. Si avvicina cioè nello stile a certi lavori di Gus Van Sant (Elephant, con anche lì al centro temi come la morte e la giovinezza) e alla freddezza che sconfina nel cinismo dell'austriaco Haneke (Funny Games), così distaccato e quasi apatico di fronte alla morte e alla violenza. Lo spettatore è frastornato: da un lato il progredire del piano di vendetta della donna è all'inizio inquietante e, ben presto, dall'inquietudine si passa all'angoscia e all'orrore soprattutto quando si chiude il cerchio intorno ai colpevoli. Dall'altro – ed è questo il tratto più umano del film – nel suo dipanarsi la storia rivela tratti della personalità della vittima e dei carnefici, personalità più che disturbate ferite dalla vita che ha tolto loro tutto. Da rapporti difficili a scuola con compagni che non perdonano sbagli a situazioni di grande solitudine e dolore nei rapporti famigliari. Insomma, tanta solitudine e tanto smarrimento che non giustificano certo l'orrore dei fatti a cui lo spettatore assiste ma avvicina umanamente questi ragazzi normali e incattivitisi per le batoste della vita a tutti noi, partecipi del dolore indicibile di questa prof sola e folle nella propria solitudine ma anche vicini a questi ragazzi perduti, senza punti di riferimento, disperatamente soli con i propri istinti e schiacchiati dal peso dei rimorsi che, come ben intuivano gli antichi che li raffiguravano come Erinni/Arpie, ti strappano la pelle di dosso, non ti fnnoa dormire, ti riducono a un fantasma, a un morto che cammina.,Simone Fortunato