Due donne in auto superano un checkpoint alleato a Berlino, alla fine della guerra. Sono ebree tedesche, sopravvissute all’Olocausto. Una, Lene, è alla guida; l’altra, Nelly, ha il volto sfigurato dalla fuga da un campo di sterminio. Dopo una lunga degenza, una plastica facciale le permette di ritornare ad assomigliare alla donna che era prima. Nonostante le insistenze di Lena, che vorrebbe che entrambe emigrassero in Israele, Nelly si mette alla ricerca del marito, Johnny, nonostante Lene sia convinta che sia stato lui a denunciare la moglie alle SS e a farla arrestare. L’uomo adesso lavora come lavapiatti e tuttofare in un locale notturno malfamato, il Phoenix, frequentato da militari americani, loschi trafficanti e prostitute.

Acclamato al Festival di Toronto 2014, Il segreto del suo volto è un film che sembra recitato da maschere, più che da personaggi; volti che mascherano esperienze terribili e sentimenti repressi, e che ancora faticano a scegliere dove collocarsi, in un mondo che percepiscono ormai come totalmente estraneo. Nelly reincontra Johnny che però, talmente certo della morte della moglie, non la riconosce e anzi, la assolda per interpretare la donna che crede defunta, in modo da poter impadronirsi delle sue proprietà e del suo denaro. Come molti, e nonostante l’appoggio tanto razionale quanto inascoltato di Lena, Nelly è una sopravvissuta che non sa come rapportarsi rispetto a quello che ha perduto. La negazione di Johnny che non la riconosce è quello che paradossalmente la tiene legata a lui. L’uno non riconosce la persona che ha tradito, l’altra rifiuta di rivelarsi e al tempo stesso capire che ormai non può tornare al passato.

La ricostruzione scenografica e fotografica di Petzold è certamente impressionante: le macerie, i vestiti raffazzonati, l’atmosfera equivoca, i colori smunti (che ricordano molto il bianco e nero de Il terzo uomo con Orson Welles) si armonizzano a una gestualità ed espressività ridotte al minimo e quasi sempre nella penombra. Il segreto del suo volto cresce così per tutta la sua durata fino a una scena finale con un’epifania di struggente intensità, che spinge fino al limite il tema dell’identità, perduta e ritrovata. Il titolo originale, Phoenix, non è un caso, e cela il grande interrogativo di Petzold: la fenice rinasce dalle sue ceneri, ma sarà ancora la stessa?

Beppe Musicco