Dell’eclettico Michael Mann speriamo vengano ricordati film eccellenti, come L’ultimo dei Mohicani, tratto da uno dei più importanti libri della letteratura americana, Heat – La sfida, la storia di un poliziotto e un criminale che si specchiano l’uno nell’altro, o Alì, grande ritratto di un uomo e campione dello sport. Sarà più difficile che i posteri serbino memoria di questo Blackhat, un film dalla trama complicata ma dallo svolgimento alquanto ovvio: un impianto nucleare cinese viene sabotato tramite un virus informatico che blocca il sistema di raffreddamento e porta il sistema al collasso e a una tremenda esplosione. Naturalmente dietro al virus c’è un misterioso e maligno genio dell’informatica che vuole destabilizzare il commercio delle materie prime alimentari. Un pezzo del virus è stato creato da un hacker americano, attualmente detenuto. Nasce quindi una squadra internazionale: un ufficiale della polizia informatica cinese al comando, che porta con sé la sorella informatica, poi un’agente americana (Viola Davis) e l’hacker scarcerato (Chris Hemsworth), con cui aveva condiviso la stanza al college quando studiava negli Stati Uniti. La trama si complica, sciorinando viaggi in Estremo Oriente, sordidi appartamenti, camicie impregnate di sudore e tante sparatorie. La descrizione dei caratteri rimane sullo sfondo, quel che interessa al regista è moltiplicare le scene di azione che assomiglino il più possibile alle crime story di Hong Kong (ma Johnnie To come regista è molto più bravo), senza trascurare le solite plongées nei computer, con impulsi luminosi che corrono lungo i cavi di collegamento e lampeggiamenti vari che stanno a significare che il virus ha fatto il suo dovere. Effetti speciali francamente irrispettosi dello spettatore, che potevano andar bene forse ai tempi di The Net (1995) o di Matrix (1999), ma che nel 2015 mettono a disagio anche i non addetti ai lavori, almeno quanto vedere uno che dal niente batte quattro tasti e già dichiara di avere a disposizione la rete del Pentagono. Chris Hemsworth, già visto nei panni del dio Thor e in quelli del pilota James Hunt in Rush, è evidentemente poco adatto in un ruolo che gli riserva grugniti e sguardi ottusi a uno schermo, gli altri sono poco più che sagome (e Viola Davis meriterebbe certo di più). L’ambizione visiva di Mann (uno dei suoi principali talenti) è sprecata, se confrontata con la scarsezza di contenuti e con la mancanza di relazione con i personaggi. Una sensazione fastidiosa che percorre tutto il film e che lascia lo spettatore palesemente insoddisfatto., ,Beppe Musicco