Louis, Martha e Léna sono tre fratelli che, insieme al padre Simon e alla nonna Gabrielle, portano avanti la tradizione di famiglia del teatro di marionette, aiutati anche da Pieter. Quando Simon muore improvvisamente, i fratelli dovranno prendere una decisione: continuare o meno con gli spettacoli?
Philippe Garrel, classe 1948, è un regista, attore e sceneggiatore francese dalla carriera molto lunga. Spesso criticato in patria, è apprezzato molto di più in Italia; al Festival di Venezia ha vinto due Leoni d’Argento per Non sento più la chitarra del 1991 e per Les amants reguliers del 2005, che rimane il suo film più famoso. Con Il grande carro, Garrel corona il desiderio di realizzare un film in famiglia tanto che i protagonisti sono i suoi figli Louis (che impersona proprio Louis), Esther (Martha) e Léna (Léna). Inoltre si tratta di un film in un certo senso autobiografico perché lo stesso Philippe discende da una famiglia che ha praticato anche l’arte degli spettacoli di marionette. La parte più interessante del film è proprio quella che riguarda l’impegno di tutta la famiglia con una forma di teatro sempre più marginale e quasi dimenticata in un’era dominata sempre più da tutto ciò che circola in Rete. Tra i tre fratelli non c’è alcuna rivalità e c’è molta unione e sintonia con il padre e la nonna (Gabrielle Burchnar) e anche con Pieter (Damien Mongin), membro aggiunto della famiglia. Morto Simon (Aurélien Recoing), però, Louis, Léna e Martha dovranno decidere cosa fare e come conciliare le legittime ambizioni e desideri, soprattutto quella del primogenito che accarezza il sogno di diventare un attore di teatro e di trovare una propria strada (anche in questo caso, pensando alla carriera di Louis Garrel ci possono essere elementi autobiografici), e quella di Martha che intende continuare a mantenere viva questa forma di arte mentre tutto sembra congiurare contro, dalle difficoltà economiche al crescente disinteresse del pubblico.
Dove il film si perde un po’, invece, è nel racconto delle vite private di Louis e Pieter, con quest’ultimo che ambisce a diventare un pittore ma finisce in una clinica psichiatrica non accettando il proprio fallimento come artista. Pur non mancando spunti di interesse, Il grande carro – premio per la miglior regia al Festival di Berlino 2023 – rimane un buon film che rivendica l’importanza del teatro, dell’arte e dei sogni da realizzare ma che avrebbe potuto essere più efficace se avesse continuato ad approfondire maggiormente le dinamiche familiari dei tre fratelli.
Stefano Radice
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