Quarto capitolo di una saga horror piuttosto fortunata, Final Destination 3D è un gioco a uso e consumo esclusivo dei fan della serie stessa. Non che sia un male, anzi. Ellis, già autore del capitolo 2 e di Snakes on a Plane, dietro alla macchina da presa è meno sciatto e molto meno banale di tanti suoi colleghi del ramo. Dirige una bella sequenza iniziale in cui dimostra senso del ritmo e dell’azione, memore forse del suo glorioso passato di stuntman (ha girato e prestato il corpo per decine di film tra cui Star Trek, Scarface e La Famiglia Addams) e della sua grande esperienze in cinema d’azione (è stato direttore della II unità per molti celebri film tra cui Matrix, Harry Potter e Master & Commander). Inoltre sfrutta appieno le qualità del 3D anche in chiave meta cinematografica: non è male ad esempio la sequenza con “protagonista” il cinema stesso, o meglio un film in 3D che uccide o potrebbe uccidere gli spettatori. Qualche concessione al già stravisto e ai cliché dell’horror ultima generazione (e cioè: interpreti giovani, carini e anonimi; fotografia patinata; intreccio sconclusionato) sono i difetti inevitabili di un film costruito con poco, su una (bella) idea di una decina di anni fa, e cioè di una sorta di provvidenza al contrario, maligna e malevola che vorrebbe chiudere i conti col destino anche quando la fortuna gioca a favore delle vittime, ma con ben pochi altri elementi di novità. Non mancano le crudezze, ma molto limitate rispetto ad altri film del genere, così come i tanti riferimenti ai primi tre capitoli disseminati un po’ ovunque lungo i 90 minuti scarsi del film, la durata perfetta per un film imperfetto.,Simone Fortunato