È la vera storia di Matteo Achilli, l’allora diciottenne romano che pochi anni fa ideò Egomnia, un portale di valutazione di chi cerca lavoro basato su un algoritmo che trasforma curriculum, esperienze e capacità in parametri oggettivi, tanto da ipotizzare classifiche professionali. Un’idea meritocratica, per il rifiuto di un sistema che spinge chi ha già mezzi, soldi, spinte e conoscenze e deprime chi ha talento e competenze ma si vede superare da altri non meritevoli: la “molla” è la rivalità con un compagno di classe e nella squadra di nuoto, che si impegna poco e ottiene molto. Matteo supera il test di ammissione all’Università Bocconi, ma non vorrebbe trasferirsi a Milano, anche per via della ragazza che ama e che ha sogna di diventare un’affermata ballerina. Ma quando sfuma il sogno di partecipare ai campionati nazionali di nuoto, dopo la maturità Matteo si butta sull’idea di Egomnia. Il problema è cercare i fondi, soprattutto non perdere il controllo del progetto. Con fatica lo definisce e migliora, grazie a un giovane ingegnere precario scovato in uno scantinato di una software house, e quando decide di andare in Bocconi a Milano sembrano aprirsi opportunità e conoscenze. Ma anche tentazioni, a contatto con un mondo di privilegi e ricchezze: la prima è la superbia di non ammettere i propri errori. Riuscirà a non disperdere intuizioni e talento?

L’ambizione evidente del film di Alessandro D’Alatri è di mettere in scena una “success story” all’americana: non di quelle retoriche di una volta, in cui difficoltà e cadute accrescono il gusto del lieto fine, bensì quelle storie del moderno capitalismo, con molte luci ma anche le ombre dell’ambiguità e della smisurata ambizione, come il formidabile The Social Network che raccontava l’ascesa del fondatore di Facebook. E infatti Mark Zuckerberg, come anche Steve Jobs, è uno dei nomi citati nel disegnare la parabola di Matteo Achilli, che pure evidentemente – per quanto pare abbia ottenuto il successo desiderato – è incomparabile a quelle storie. Tutto sommato, se ci si fosse limitati a un’ispirazione e non alla trasposizione delle vicende con i nomi e i dettagli reali, sarebbe stato meglio per evitare l’impressione di un’esagerazione un po’ velleitaria (e anche il sospetto di una sofisticata operazione promozionale). Ma bisogna ammettere che di Matteo Achilli – di cui i media hanno messo in dubbio meriti e valore reale – non si siano nascosti i lati sgradevoli e le spregiudicatezze.

I veri problemi, però, sono sul confronto puramente cinematografico: film come The Social Network o il recente Steve Jobs si basano su sceneggiature meravigliose (di Aaron Sorkin in entrambi i casi), su regie elegantissime, su attori sontuosi. Qui si punta su un gruppo di giovani attori poco noti (a parte Matilde Gioli, la più efficace), che si impegnano ma non sempre reggono le scene più drammatiche; soprattutto, la scrittura è meno raffinata, mentre la patinata regia (curioso: quando D’Alatri, proveniente dalla pubblicità, esordì al cinema all’inizio degli anni 90 aveva uno stile pulitissimo e cinematografico; cosa che non si può dire degli ultimi film, nonostante la lunga esperienza acquisita) risulta fredda e “distante”. Saranno anche i 7 anni di distanza dal doloroso fallimento di Sul mare? O la scelta di puntare su una fotografia “glaciale”, soprattutto nella parte milanese (che ricorda la città anni 80 più che quella odierna)? Non aiutano le tante scene appesantite da canzoni e musiche poco memorabili, che sembrano tanti videoclip, veloci e “giovani”.

The Startup però ha anche i suoi pregi: paradossalmente, proprio nella sua ambizione (che pure non governa del tutto), perché D’Alatri ha sempre il coraggio di raccontare la contemporaneità e di osare racconti “morali” senza il rischio di essere definito un moralista: lo faceva nel bellissimo Casomai, dove puntava il dito contro chi osteggia il desiderio di fare famiglia, ha continuato con La febbre sul rischio dei giovani che vogliono fare impresa, o in Commediasexi che metteva alla berlina la corruzione di un politico. Tra le cose migliori del film, la figura del padre di Matteo, operaio che perde il lavoro e sostiene i tentativi del figlio con determinazione e generosità ma soprattutto con il giudizio assennato e controcorrente («devi pensare come gli imprenditori di una volta, che facevano le cose per farle durare e lasciarle a chi sarebbe venuto dopo di loro»); o il rapporto con il giovane ingegnere, che mette a posto Matteo in alcune occasioni, mentre la vicenda sentimentale con la fidanzata sembra un po’ risaputa, a causa di una definizione psicologica e caratteriale troppo semplice e di due attori abbastanza acerbi. Complessivamente il film è interessante e con qualche spunto di riflessione valido. Poi, se ci chiedete se è un film bello e completamente riuscito, diremmo di no: da D’Alatri, che ha fatto di molto meglio (ma anche un paio di film decisamente peggiori), ci aspettiamo di più. Ma è un tentativo che fa simpatia, da guardare con rispetto.

Antonio Autieri