Eleonora Duse ha una leggendaria carriera alle spalle che sembra ormai conclusa, ma nei tempi feroci tra la Grande Guerra e l’ascesa del fascismo, la Divina sente un richiamo più forte di ogni rassegnazione e torna lì dove la sua vita è iniziata: sul palcoscenico. Non è solo il desiderio di recitare a muoverla, ma un’urgenza profonda: la necessità di riaffermare sé stessa in un mondo che cambia inesorabilmente e che minaccia di toglierle tutto, persino l’indipendenza che ha conquistato con il lavoro di tutta una vita. Inaspettati rovesci finanziari la mettono di fronte a una scelta, e così, ancora una volta, Eleonora sceglie il teatro come unico spazio di verità e di resistenza. Con la sua arte come unica arma, sfida il Tempo, la Storia e il disincanto, trasformando ogni parola e ogni gesto in un atto rivoluzionario.

Dopo le personali rielaborazioni di Martin Eden e Le vele scarlatte, Pietro Marcello è tornato in Concorso a Venezia 2025 con Duse. Il film, solo in apparenza un biopic convenzionale, si rivela piuttosto come un’esperienza onirica che esplora l’essenza dell’arte e il suo rapporto con lo scorrere del tempo. Non una semplice cronaca biografica, bensì un flusso di coscienza sugli ultimi anni della Divina, dal suo ritorno al teatro nel 1921 dopo 12 anni di assenza. Marcello, che ha scritto la sceneggiatura in collaborazione con Letizia Russo e Guido Silei, delinea il ritratto di un’artista in conflitto: lottava contro l’inarrestabile declino del suo corpo (davvero un’interpretazione intensa e vulnerabile quella di Valeria Bruni Tedeschi) ma non poteva resistere al richiamo del palcoscenico. Lo sfondo storico – il dopoguerra, l’ascesa del fascismo, la fine di un’epoca – fa da cornice spettrale a una figura in equilibrio tra la vita e la morte, il passato e il futuro. La fedeltà storica cede il passo a un obiettivo più ambizioso: catturare il crollo di un’intera epoca e la battaglia di una donna che nel teatro cercava la sua unica ragione di esistere. La regia intreccia finzione e filmati d’archivio – come il treno del Milite Ignoto, subito carico di nuovi significati politici – dando vita a un tessuto visivo sospeso tra memoria individuale e destino collettivo. L’arte, sembra dirci Marcello, sopravvive solo attraverso la sua trasfigurazione, ed è per questo che la Duse è più evocata che narrata. I pas de deux con attrici più giovani, le fiabe narrate ai nipoti come fossero racconti dell’orrore, l’incontro con l’attrice francese Sarah Bernhardt (Noémie Lvovsky), venuta per assistere alla sua prima, sono tutti tasselli che indagano la questione centrale: cosa vuol dire essere un’attrice? Significa forse diventare “reali” solo nella finzione?

La pellicola oscilla tra dimensioni intime – come il rapporto complesso con la figlia Enrichetta (Noémie Merlant), che chiude il film – e squarci politici, dal dialogo con Gabriele D’Annunzio (Fausto Russo Alesi) alla fugace apparizione di Mussolini (Vincenzo Pirrotta). Ogni scena, però, è filtrata e rifiuta ogni tentazione agiografica o didascalica. La Duse di Marcello è uno spirito inquieto, indipendente ma non fin troppo, idolatrata da molti eppure inadeguata, In questo, Duse instaura un dialogo profondo con Martin Eden: entrambi i lungometraggi riflettono sul legame tra l’artista e la società, tra l’anelito all’autenticità e la disillusione della Storia. Se là era il mare a segnare la conclusione di un cammino, qui è il teatro – tempio del vero e del sacro – a rappresentare l’unico orizzonte concepibile. Il viaggio di Eleonora è quello di un’icona che, in assenza di una voce o di immagini filmate, continua a parlarci. E Pietro Marcello, restituendocela attraverso il potere della visione, sembra concludere che l’arte, al pari della guerra, «si fa col sangue».

Emanuela Genovese

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