L’apertura de Le vele scarlatte è una semplice epigrafe dell’autore del testo da cui il film è tratto: “Puoi fare i cosiddetti miracoli con le tue mani”. Questa citazione, tratta dal romanzo Le vele scarlatte del russo Aleksandr Grin del 1923, indica uno dei motivi chiave dell’opera: le mani che Raphaël (Raphaël Thierry) utilizza per usi sia abili che delicati: dal suonare la fisarmonica a cullare la figlia neonata. Raphaël è un falegname vedovo che torna a casa in un piccolo villaggio nel nord della Francia al termine della prima guerra mondiale, e che usa le sue mani tozze e nodose per trasformare il legno, che diventi un albero per una nave o un giocattolo per bambini.

Le vele scarlatte (presentato al Festival di Cannes 2022) è, nei suoi momenti più belli, una ricca esperienza sensoriale che usa degli elementi più semplici: uno scalpello che penetra nel legno, un torrente nel bosco, le pagine sfogliate di un libro. Come in Martin Eden, Pietro Marcello inserisce con cura vecchi filmati d’archivio nel tessuto del film, in modo così fluido che a volte si fatica a distinguere il vecchio dal nuovo. Marcello accentua questo senso di passato arrotondando i bordi dell’inquadratura, che conferisce all’intero film l’aspetto di una vecchia cartolina. Ma mentre il mondo di Le vele scarlatte potrebbe non essere strettamente realistico, è animato da una poesia che idealizza forzatamente la vita del piccolo villaggio dove il film è ambientato.

La storia si apre con Raphaël che torna dalla guerra dopo essere stato congedato e scopre che la sua amata moglie Marie è morta di parto, lasciando una figlia appena nata alle cure della proprietaria della fattoria, Madame Adeline (Noémie Lvovsky), che lo accoglie a casa sua. I due formano una coppia platonica affettuosa e rispettosa, mentre Raphaël viene a conoscenza delle circostanze inquietanti che hanno portato alla morte di Marie e alle ostilità che nel paese ancora sussistono. La figlia di Raphaël è Juliette (interpretata all’età di cinque anni da Suzanne Marquis, a 10 da Asia Bréchat e da giovane donna da Juliette Jouan). Una strega che vive nei boschi (Yolande Moreau) le rivela che un giorno sarà portata via da una nave con vele rosse in una terra lontana dove i sogni possono diventare realtà. Questa premonizione funge da punto di rottura ne Le vele scarlatte e pone le basi per la seconda metà del film, in cui la giovane donna diventa sempre più insoddisfatta dei limiti della vita di provincia. Il regista infonde a queste scene un’irrequietezza nervosa che ricorda Martin Eden, ma mentre in quel film ci è stato dato un accesso profondo alle speranze, ai sogni e agli amari rancori del protagonista, qui la sostanza dei desideri di Juliette rimane purtroppo assai vaga; a un certo punto Juliette canta che vuole la libertà, ma cosa significhi esattamente per lei è decisamente poco chiaro.

La risposta a questa domanda sembra arrivare sotto la forma di un giovane e affascinante pilota, Jean (Louis Garrel), che un giorno atterra per un’avaria e incontra Juliette. I due condividono una breve e intensa storia d’amore che finisce bruscamente come è iniziata, e poi si riaccende ancora più precipitosamente, ma è basata su poco più che un’attrattiva fisica reciproca, priva di qualsiasi particolarità che le dia un significato un po’ meno superficiale. Mantenendo la promessa all’inizio del film, Le vele scarlatte si chiude con un miracolo che però, come il resto delle deviazioni del film nel fantastico, risulta inorganico alla storia. Strutturato e tangibile nelle sue premesse, Le vele scarlatte via via abbandona quel mondo per passare a una vaga fantasia il cui stridore lascia molte perplessità.

Beppe Musicco

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