Gianfranco Rosi (già autore premiato col Leone d’oro nel 213 per Sacro GRA) assembla nel suo nuovo documentario – anch’esso presentato all’ultima Mostra di Venezia – reperti antichi e contemporanei dell’area circostante il Vesuvio, dove la vita locale, come il paesaggio, sembra essere slegata (grazie anche a un bianco e nero impastato e nebbioso) dal tempo cronologico. Scene ed esempi che sembrano fare eco all’esclamazione in una scena di un archeologo di fronte a pezzi di statue ed elementi architettonici depositati alla rinfusa in uno dei magazzini del museo archeologico: «Sono tutti strappati dal loro contesto».
Sebbene il Vesuvio sia inattivo dal 1944, l’eredità di un passato che ha seppellito Pompei ed Ercolano grava pesantemente su coloro che quotidianamente convivono con il vulcano, come se collettivamente avessero consapevolezza che un giorno potrebbero presenziare al culmine di un ciclo che comporterà l’inevitabile eruzione. Gli scavi in corso a Pompei sono la dimostrazione di questa familiarità dei napoletani con la mortalità. I progressi dell’archeologia hanno portato al recupero di resti umani dall’antica città romana: vedere questi corpi, le cui forme sono state così inaspettatamente preservate grazie alla solidificazione delle ceneri dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., significa assistere a un tragico fermo immagine dell’ultimo istante di una vita.
Allo stesso modo, le lunghe, languide e spesso tenui istantanee di Rosi dell’area tra il Vesuvio e il Golfo di Napoli richiamano a una sorta di vita sospesa nel tempo. La sua interpretazione della gente del luogo dimostra come i napoletani concepiscano la propria esistenza col fatalismo di chi la vede come l’evanescenza delle nuvole che attraversano il cielo. Anche se nessuno esprime direttamente una maggiore consapevolezza dell’imprevedibilità della vita in questi siti, essa è evidente in ironici accostamenti, quasi tutti affidati agli operatori del call center dei Vigili del Fuoco: si passa dalle lamentele irritate sulle carrozze trainate da cavalli a episodi strazianti di violenza domestica nella scena successiva. Tra le immagini di residenti, lavoratori immigrati e turisti, ci sono sequenze in cui la telecamera si trova all’interno di vagoni ferroviari di notte vuoti, sottolineando ulteriormente l’impressione di Rosi che la vita a Napoli si svolga in un confine tra realtà e sogno; le immagini del film e il loro montaggio evocano una sensazione eterea ben lontana dallo scorrere lineare del tempo. L’articolazione più vivida e al tempo stesso inquietante di questa sospensione di Rosi avviene attraverso visioni filmiche di Napoli proiettate in una sala cinematografica vuota. Alcune sono ricostruzioni mitiche dello splendore di Pompei, mentre altre sono scorci neorealisti di una nazione nel dopoguerra. Mentre il film si avvicina alla conclusione, Rosi sfrutta la sua ultima visita alla sala per spostare l’attenzione della macchina da presa dallo schermo alla fatiscenza della struttura. Le immagini proiettate sullo schermo suggeriscono una possibilità di conservazione della storia reale (ma anche di quella immaginaria) dei luoghi. Ma la sala cinematografica, pur dovendo essere garante del mondo fisico in cui quelle immagini sono chiamate a rimanere, non offre alcuna garanzia di conservazione. Il Vesuvio potrebbe nuovamente esplodere in futuro, i Campi Flegrei potrebbero essere interamente sommersi. Una sensazione di lento svanire nel tempo e nella memoria è la cifra costante del film.
Beppe Musicco
Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema
Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema
Clicca qui per iscriverti al nostro canale Youtube