Ennesima quanto inutile rivisitazione in chiave steampunk del noto romanzo di Mary Shelley (scritto quasi “per scommessa” dall’autrice su impulso di Lord Byron all’inizio dell’Ottocento e qui ricollocato in un’epoca pseudo-vittoriana totalmente inconsistente), il film di McGuigan impegna un cast di livello in un plot di incredibile assurdità e dalle tematiche confuse.

Evidentemente convinti che “di più è meglio” gli autori frullano pochi iconici elementi della storia originale con una serie di altri spunti, tutti invariabilmente cliché abusati: dal mondo dei freak del circo al gobbo mostruoso ma intelligente e di buon cuore (detto che il gobbo Igor non è neppure gobbo per davvero, probabilmente per rendere più accettabile la sua storia d’amore con la bella trapezista, la sua Esmeralda), dai fanatici religiosi ai padri inflessibili, portatori di insuperabili sensi di inferiorità, dai perfidi ricconi che ambiscono al dominio del mondo della tecnologia ai nobili dai gusti sessuali contestabili che necessitano di mogli di facciata, passando per fratelli morti e deliri di genetica futuristica. Il risultato è quanto meno indigesto, sia per chi cercasse una qualche traccia dei dilemmi del romanzo della Shelley (nessuno sembra preoccuparsi più di tanto dell’anima o dell’autoconsapevolezza del “mostro”, né prima né dopo la sua creazione), che per chi più modestamente si accontentasse di uno di quegli action thriller in costume alla Sherlock Holmes di Guy Ritchie, cui evidentemente qui ci si ispira (oltre che allo Sherlock televisivo da cui si importa di peso parte del cast).

Nella confusione generale non si riesce ad apprezzare nemmeno l’energetica performance di James McAvoy nei panni del dottore titolare, che ondeggia tra i deliri di onnipotenza da scienziato pazzo, esplosioni intellettuali, professioni di amicizia un po’ borderline nei confronti del sodale Igor e derive di sensi di colpa che suonano assai posticci. Si vorrebbe forse tentare di contrapporre l’afflato scientifico ai limiti imposti dalla morale tradizionale (sia essa etica spiccia o imposizione religiosa, incarnata qui da un investigatore di Scotland Yard che sembra un Inquisitore spagnolo), ma tutti i personaggi presentano le loro posizioni in toni di tale survoltata incoerenza che ogni tentativo di nobilitare un plot incoerente (in genere si parla di “buchi di sceneggiatura”, qui forse sarebbe meglio parlare di buchi in cui cercare un poco di sceneggiatura) si perde in una confusione fastidiosa e senza direzione. L’esperimento, quindi, è ancora meno riuscito di quello dell’originale dottor Frankenstein, e non raggiunge mai né la tragicità di certi suoi precedenti. Né, con l’involontaria comicità che talora produce, le vette sublimi della satira di Frankenstein Junior.

 

Laura Cotta Ramosino