Film raffazzonato e incompleto. Non è colpa del regista, il noto Jim Sheridan di Nel nome del padre ma dei grossi problemi avuti con la produzione che non ha accettato le modifiche alla sceneggiatura compiute dallo stesso Sheridan sul set e di fatto ha stravolto il film in fase di montaggio. Il regista irlandese, alla prima prova nel cinema d'intrattenimento puro dopo tanti buoni film d'autore e personali, si è trovato così il film manomesso e narrativamente penalizzato e ha cercato, inutilmente finora, di far togliere il proprio nome al progetto; parte del cast invece, Craig e Weisz, hanno mantenuto sì il nome ma per protesta si sono rifiutati promuovere il film. Il risultato di tutte queste problematiche è stato un prevedibile flop in America e in generale incassi magri a livello internazionale. Il film si presenta come un thriller psicologico dal plot assai abusato: l'acquisto di una casa per cambiare vita; l'arrivo sereno e felice di una bella famigliola; poi le prime avvisaglie che qualcosa è successo in passato in quella casa bella e inquietante al tempo stesso. Tutto stravisto se non fosse per una svolta potenzialmente interessante ma giocata malissimo e troppo in anticipo: è evidentemente il frutto del rimescolamento in fase di montaggio di cui accennavamo prima. Giocata male la carta principale, per almeno metà il film scorre piattissimo e statico; il cast appare dimesso e svogliato, sicuramente non in parte. Il personaggio di Craig in particolare è usato male sia dalla sceneggiatura assai prevedibile firmata da David Loucka, sia dalla regia anonima di Sheridan che non riesce ad andare oltre all'illustrazione patinata di un thriller psicologico di poche pretese. Craig, di cui incredibilmente non si valorizza la fisicità, è poi affiancato da Rachel Weisz e Naomi Watts, poco più che belle statuine, impegnate la prima nel ruolo della moglie di Craig, la seconda nei panni di una misteriosa vicina di casa ma mai incidenti nella narrazione. Altre cose che proprio non funzionano, frutto senz'altro dei dissapori avvenuti sul set: il personaggio interpretato da Elias Koteas, altro attore sulla carta di grande livello, personaggio chiave nel film eppure dimenticato per gran parte nella narrazione. E non va certo meglio al caratterista Marton Csokas (il marito della Watts) che, pure lui, pare essere capitato sul set per caso. Troppi buchi narrativi, troppi scompensi di sceneggiatura: il film non ha un baricentro, ha una fase preparatoria troppo convenzionale e un finale sciattissimo, tirato via. Soprattutto, non sorprende mai lo spettatore: troppo poche le svolte, troppe invece le inverosimiglianze. Convenzionale nella messinscena, troppo patinata – e in questo i demeriti sono tutti del regista forse inadatto a un progetto del genere – Dream House è terribilmente prevedibile nell'impianto narrativo e 'telefonato' nella svolta più consistente, identica a troppi thriller psicologici recenti.,Simone Fortunato