Dopo essere stata licenziata, in nome della flessibilità, dallo studio di architettura in cui lavorava come urbanista, la giovane Angèle – attivista militante con il sogno di cambiare radicalmente la società – si trova a fare i conti con la realtà. Torna a casa dal padre Simon, un vecchio comunista che non ha rinunciato ai suoi ideali; è però in contrasto con la sorella Noutka, che ha scelto una comoda vita di moglie borghese e benestante, e detesta la madre che le ha abbandonate dopo aver rinunciato all’impegno politico. Si impegna molto, con l’amica Léonor, in una sorta di collettivo in cui si ritrovano in pochi a parlare di società, capitalismo, ideali, consumismo. Qualcosa cambia, però, quando al gruppo si unisce il giovane educatore Saïd e quando, dopo anni, Angèle reincontra la madre.

Al suo esordio da regista, Judith Davis porta sullo schermo un testo teatrale recitato nel 2009 da lei stessa e dal suo gruppo. A sottolineare quanto questo film sia personale, la vediamo coinvolta nella triplice veste di regista, protagonista (è lei Angèle) e sceneggiatrice.  In chiave dramedy (commedia con sfumature di dramma), Davies si interroga sui sogni, le illusioni, le disillusioni e i progetti di chi è figlio di chi ha vissuto gli anni dell’impegno politico tra anni 70 e 80 e vuole cambiare la società. Vediamo azioni un po’ velleitarie, come prendere a calci un bancomat, o ascoltiamo invettive contro la famiglia borghese. Assistiamo a scontri generazionali perché Simon è convinto che solo la sua generazione sapesse battersi per dei veri valori e non riconosce l’impegno dei giovani. Vediamo su Angèle scolpita la delusione ogni qualvolta un suo amico dice qualcosa che si allontana dall’impegno sociale. Però poi, quello che si ricerca, e che anche Angèle ricerca, è un dialogo, un contatto umano, un forte bisogno di senso. Una delle scene più significative è quella in cui, ai suoi amici in riunione, Angèle chiede: quali sono per voi principi e valori certi che, qualsiasi cosa accada, saranno sempre fondamentali per voi? Nessuno, a parte lei, sa dare una risposta…

C’è poi tutto il lato familiare, con Angèle che vuole capire perché la madre si sia allontanata da loro e perché abbia rinunciato ai suoi sogni: è una ferita che va sanata e che è all’origine di molte inquietudini della protagonista. Ma l’insegnamento più importante glielo dà Saïd: giusto parlare di politica e di cambiare la società, ma c’è anche tutto il resto da tener presente. Cosa resta della rivoluzione è solo apparentemente un film facile ma sa tracciare un solco e far riflettere lo spettatore, anche se ha un andamento e un epilogo prevedibile.

Aldo Artosin