Attraverso una sorta di inno cinematografico, ricco di momenti pieni di incanto, Terrence Malick, già autore di capolavori come La sottile linea rossa, The New World – Il nuovo mondo, The Tree of Life e To the Wonder, racconta in La vita nascosta (presentato a Cannes nel 2019) la vera vicenda dell’austriaco Franz Jägerstätter che, rifiutatosi di giurare fedeltà ad Adolf Hitler, venne incarcerato, processato e ghigliottinato nel 1943. Dimenticato dai suoi stessi compatrioti, la sua storia venne riscoperta dagli storici negli anni 60; nel 2007 è stato dichiarato martire e beatificato da papa Benedetto XVI.

Il conflitto di coscienza di Jägerstätter non può non richiamare quello di due altre figure storiche narrate al cinema: Tommaso Moro in Un uomo per tutte le stagioni e La Rosa Bianca – Sophie Scholl. Ma se in questi casi i film si focalizzavano sul tormento interiore che assaliva i due accusati (e nel caso di Tommaso Moro con grande affinità: anche in quel caso i suoi cari lo supplicavano di spergiurare pur di aver salva la vita), il film di Malick è invece un cantico alla corporeità e al suo rapporto col creato.

Franz (August Diehl) e sua moglie Fani (Valerie Pachner) vengono ritratti nella loro fattoria di St. Radegund in Austria (e dove molte scene del film sono state realmente girate; ma ci sono stati anche set in Germania a Potsdam, in Alto Adige a Brunico e Bressanone e in Friuli, a Sappada), mentre lavorano insieme, vivendo dei frutti del loro lavoro di contadini. Per tutta la prima parte il film si sofferma sulla loro vita semplice, fatta di lavoro, riposo e gioco, come se l’uomo e la donna ancora abitassero in una sorta di paradiso terrestre. Le prime parole del film sono il commento di Franz, su quel che era e che andò perduto: «Pensavo potessimo costruire il nostro nido sugli alberi e volare come gli uccelli». La storia che Franz e Fani raccontano l’uno all’altra ha un che di sacro, fino nei dettagli del loro incontro e della successiva nascita delle loro tre figlie. Quella che vediamo è un luogo di pace e di armonia, tra gli esseri umani e nel loro rapporto con la natura.

Ma a questo paesaggio idilliaco ben presto si sovrappongono le immagini in bianco e nero dei raduni di massa che scandiscono l’ascesa nazista, tratte dal film di propaganda del 1935 di Leni Riefenstahl, Il trionfo della volontà. Franz viene chiamato alle armi, però dopo la prima trionfale fase della guerra e la resa della Francia viene congedato: evidentemente è più utile come contadino che come soldato. Ma il clima è cambiato anche a St. Radegund: il sindaco fa discorsi sulla supremazia della razza, la gente si saluta dicendo “Heil Hitler”. L’opposizione dell’uomo a quel che vede come comportamenti diabolici cerca una sponda nella Chiesa, ma sia il suo parroco (Tobias Moretti) che il vescovo (Michael Nyqvist) lo esortano ad obbedire alle autorità civili, anche per la sicurezza della sua famiglia. Quando poi verrà richiamato nel 1943 e il suo rifiuto a giurare porterà al suo arresto, emerge la vera sfida. Come tutti, amici e nemici, si preoccupano di fargli notare (emblematica la scena col giudice militare, ultima interpretazione di Bruno Ganz), la sua decisione di opporsi e non cedere non avrà alcuna conseguenza positiva: nessuno lo seguirà, nessuno tra i suoi compaesani si alzerà per difenderlo o prenderne le parti (e di questo Jägerstätter è ben consapevole, a differenza di Sophie Scholl che pensava di suscitare una sollevazione tra gli studenti universitari). Per tutti sarà sempre e soltanto un traditore, e a pagarne le conseguenze sarà soprattutto la sua famiglia, come puntualmente succede; e la scelta dell’uomo è fonte di dileggio anche tra gli stessi prigionieri che gli chiedono quando gli umili erediteranno la Terra, quando gli uomini avranno il loro pane quotidiano, quando verrà quel Regno annunciato da duemila anni.

Malick sceglie di celebrare il sacrificio di un uomo che sarebbe rimasto sconosciuto per decenni, forse per sempre, se qualche studioso non fosse inciampato nella sua storia. E tuttavia la frase scelta dal regista per chiudere il film (tratta dal romanzo Middlemarch di George Eliot) è emblematica: «Il crescente bene del mondo dipende in parte da atti non storici; e il fatto che le cose tra te e me non siano così malvage come avrebbero potuto essere, è in parte dovuto a coloro che hanno vissuto fedelmente una vita nascosta e riposano in tombe che nessuno visita». Una frase che rivela la scelta dell’autore di mostrare la sua fede nell’umanità stando dalla parte di chi si oppone alla corrente, e affronta il tormento della scelta più difficile. Ma che, al fondo di tante sofferenze, è più pacificato di chi gli sta di fronte. Come conferma il dialogo più bello del film. All’avvocato che gli chiede di firmare l’atto di fedeltà al Führer, «così sarai libero», Franz risponde con il candore di un santo e la grandezza di un vero uomo: «Ma io sono libero».

Beppe Musicco