Essere e rimanere una persona. Commuove Venezia l’intenso Human Flow di Ai Weiwei, l’artista dissidente che con i suoi lavori ha sfidato il governo cinese. Con un documentario in concorso a Venezia, Ai Weiwei punta a sfidare la comunità internazionale mostrando, attraverso le sue immagini cariche di senso, i volti e le parole delle persone incontrate. Siria, Grecia, Turchia, Afganistan, Iraq: gli immensi campi dei rifugiati sono il cuore del racconto di Ai Weiwei che ha trascorso moltissimo tempo con i migranti, dormendo e viaggiando con loro. Ed è questa la forza del film: l’artista cinese non mostra immagini o fa ricerche, ma entra nella vita delle persone raccontando il dramma di chi è costretto a lasciare case e Paesi per avere un futuro. È un film difficilmente commentabile, che ha la grandezza di non manipolare il pubblico con una finta retorica. L’unico dubbio è sulla la durezza con la quale Ai Weiwei tratta la Comunità europea: sono condivisibili le sue analisi politiche e sociali sugli errori compiuti, però rischia di puntare il dito su tutti indistintamente. Tralasciando, ad esempio, il ruolo positivo che l’Italia ha avuto nell’accoglienza dei migranti.

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Il fantasy ritorna nel Concorso di Venezia. Con The Shape of Water Guillermo del Toro (Il Labirinto del fauno) firma una favola dark, ambientata negli anni 60, in cui l’amore ha l’ultima parola. Elisa (Sally Hawkins) è una donna semplice, che parla solo con gli occhi e le mani. Le sue giornate sono scandite minuto per minuto, dalla sveglia mattutina fino al lavoro serale come donna delle pulizie in un laboratorio governativo. In un’America razzista due sono gli unici veri amici di Elisa: Giles (Richard Jenkins), un artista omosessuale che le fa da padre, e la nera Zelda (Octavia Spencer). Ma la quotidianità viene scalfita il giorno in cui Elisa scopre che un anfibio antropomorfo, imprigionato nel laboratorio, è l’unico con la quale entra in comunicazione, sentendosi profondamente amata. Ed Elisa inizia perciò a sperimentare coraggio, a perdere la paura, anche di quelle cicatrici sul collo, che custodiscono, forse, l’origine del suo mutismo. A chiudere la favola dark il cattivo Strickland (Michael Shannon), duro maschilista abituato a vincere. C’è tutto in questa favola che convince per la bellezza della messa in scena (arriva nelle nostre sale a febbraio per Fox) ma che rimane un film non perfetto per lo sviluppo, a volte, poco originale della storia.

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Un altro film poco originale, anche se sempre è vero cinema, è Leane on Pete, presentato oggi alla Mostra. Tratto da un romanzo (La ballata di Charley Thompson di Willy Vlautin) il film di Andrew Haigh (Weekend, 45 anni) dimostra, ancora una volta, la bravura del regista e degli attori inglesi: Charlie (Charlie Plummer) è un ragazzo che cerca di guadagnarsi la vita. Vive solo con il padre, abbandonato dalla madre a pochi mesi, e ha un desiderio: rivedere prima o poi la zia, allontanata dal padre, dopo un litigio. E questo desiderio è l’unica speranza per Charlie, quando un giorno suo padre muore in ospedale, in seguito ad una colluttazione violenta, mentre il suo datore di lavoro (Steve Buscemi) vuole vendere il cavallo Pete perché ha perso una gara di corsa. Road movie ben architettato e un po’ troppo classico, Leane on Pete dimostra (sembra quasi un fil rouge della Mostra del cinema) quanto i veri legami sono quelli che ci salvano.

 

(Emanuela Genovese)