Nel 1948, i sopravvissuti al genocidio armeno durante la prima guerra mondiale furono invitati a tornare nella loro patria, ai tempi sotto il dominio sovietico. La vita era dura, il cibo scarso e le opportunità limitate sotto la tirannia di Stalin. Non sembra esattamente un periodo storico che possa ispirare calore, umorismo e ottimismo sotto forma di film, ma è esattamente ciò che si propone Amerikatsi di Michael A. Goorjian: un film sulla speranza anche nei momenti più difficili, deciso anche a strappare un sorriso.

Charlie (lo stesso regista Goorjian), sopravvissuto al genocidio nascondendosi bambino in un baule che è stato sommariamente spedito in America, torna in Armenia con fiducia e desiderio di saperne di più sulla sua patria. Mentre all’inizio è un po’ smarrito, con una comprensione approssimativa della lingua, le cose migliorano quando salva dalla folla che si ammassa per il pane il giovane figlio della gentile Sona (Nelli Uvarova) e del severo ufficiale del Partito Dimitri (Mikhail Trukhin). Per sdebitarsi la coppia lo invita a cena, ma la sua sfortunata ingenuità sulle dinamiche sovietiche lo porta a criticare le sue condizioni di vita, a farsi il segno della croce e, cosa più scandalosa, a indossare una cravatta a pois. Dimitri, con la scusa di spaventare Charlie e divertirsi alle sue spalle, lo fa arrestare per “cosmopolitismo” ed estorcergli una falsa confessione, in un interrogatorio con alcuni truci ufficiali della polizia politica. Ma la comunicazione tra Dimitri e i suoi colleghi diventa un po’ confusa e Charlie si ritrova ad affrontare veramente una condanna a una pena detentiva di durata indeterminata. La sua nuova casa è quindi una cella buia e squallida con una branda traballante. Ma quando un terremoto distrugge parte del muro fuori dalla sua finestra, scopre di poter vedere direttamente nella casa della guardia carceraria Tigran (Hobik Keuchkerian) e inizia a trattare la vita quotidiana del suo “vicino” come una soap opera.

All’inizio l’umorismo del film è piuttosto debordante, con l’ingenuità e l’eterno ottimismo di Charlie che rischiano di diventare irritanti. Mano a mano che il film procede però, le gag diventano più delicate e la farsa più sottile. Non vuole essere di essere una satira sulla dirigenza del comunismo (tipo Morto Stalin se ne fa un altro), e non è interessato neanche a una critica all’Armenia dell’era sovietica. Amerikatsi è divertente, ma anche più ricco di speranza ed emotivamente toccante di quanto l’inizio non faccia credere. Charlie sviluppa una relazione quasi parasociale con Tigran: mangia i suoi pasti nello stesso momento, si unisce a brindisi e giochi da tavolo, si interessa alla sua arte e persino corrompe un’altra guardia per aiutare Tigran a trovare qualcosa che è andato perduto nella sua cucina. Questo non solo aiuta il detenuto a trovare un’interazione quasi umana ed evitare la disperazione che una prigione dell’era sovietica sicuramente ispirerebbe, ma offre anche qualcosa di diverso da una semplice “commedia penitenziaria”: mostra la libertà interiore di un uomo. Goorjian mantiene un delicato equilibrio tenendosi sul filo tra dramma e commedia, e mantenendolo emotivamente credibile, in modo da evitare di sconfinare nell’assurdo. È una storia profondamente personale, poiché i nonni paterni di Goorjian sono sopravvissuti al genocidio, e si può sentire la memoria familiare che vi è stata riversata. Senza voler essere caustico o tragico, il film offre una storia per farci sorridere, ma anche non dimenticare la tragedia di un popolo troppo spesso vittima, nel passato e ai giorni nostri.

Beppe Musicco

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