A dispetto del titolo, Levon Cade (Jason Statham) non è un semplice “operaio”. Di sicuro si sta impegnando al massimo come caposquadra nell’impresa edile del suo amico Joe (Michael Peña), ma non passa molto tempo prima che il film di David Ayer (regista e anche sceneggiatore insieme a Sylvester Stallone) ci faccia scoprire il suo passato di ex forze speciali dell’esercito britannico. Ricchi di primi piani di proiettili, piastrine identificative, elmetti e bandiere britanniche e americane, i titoli di testa ci offrono una vera e propria apologia militare, solo per poi lasciarci con la consapevolezza che le gesta di Levon sono comunque state sottovalutate.
Levon non solo è incolpato dal suo ricco ex suocero (Richard Heap) per la morte della moglie – che si è suicidata mentre lui prestava servizio all’estero – ma i suoi avvocati lo avvisano che questi gli renderà molto difficile ottenere la custodia della figlia (Isla Gie). L’idea di un veterano costretto ad affrontare tali sfide sembra offrire una sorta di sottotrama emotiva, ma una volta scoperto che la figlia di Joe (Arianna Rivas) è stata rapita per farla entrare in un giro di sfruttamento sessuale, innescando così la ricerca, i tumulti familiari del nostro eroe e il peso del suo passato vengono quasi completamente messi da parte per il resto del film. Invece di confrontarsi con il disturbo da stress post-traumatico di Levon, A Working Man lo vede come una sorta di supereroe che si destreggia in un mondo sotterraneo di spacciatori e gangster trafficanti di sesso. È una scappatoia che probabilmente serve a smussare gli spigoli del personaggio, ma che lo riduce al solito stereotipo di vendicatore/sterminatore. L’esperienza di guerra del protagonista influenza chiaramente le scene del film (in una scena Levon sottopone a waterboarding un mafioso russo), ma il film è meno interessato a presentare le sue azioni come prova della sua persistente angoscia psicologica che a celebrarne il ruolo di giustiziere.
A Working Man offre poco che gli permetta di distinguersi nell’affollato genere dei film di vendetta: a tratti la quantità di nemici che Levon deve affrontare contemporaneamente, come in una scena in cui affronta quasi una dozzina di avversari in un covo di droga, ricorda un film di John Wick, ma l’azione è così frammentata che si perde il senso di continuità spaziale e coerenza che rende i combattimenti nella serie con Keanu Reeves così appassionanti. Qua e là il film cerca di incantarci con l’abbigliamento dei cattivi: Demi (Maximilian Osinski), figlio dell’oligarca russo Wolo (Jason Flemyng), a un certo punto è vestito come un mod inglese, mentre due dei suoi scagnozzi (Greg Kolpakchi e Piotr Witkowski) indossano tute che vorrebbero essere di tendenza. Altrove, un altro killer (Ricky Champ), con la sua testa calva e un ridicolo completo nero, assomiglia inquietantemente a una versione più magra del Barone Harkonnen nei film Dune di Denis Villeneuve. Ma quel tocco di classe nei costumi non si riversa nel resto del film, che rimane per lo più cupo e monotono, anche se la sua trama sovraccarica diventa sempre più esagerata. Jason Statham ha sicuramente un posto importante nel cinema d’azione, ma non sempre questo basta a mantenere la passione nel pubblico.
Beppe Musicco
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