Il regista di Weapons e Barbarian torna con l’ennesimo film sulla nota saga videoludica Resident Evil, sfoderando una pellicola in pieno stile Cregger, distantissima dai precedenti adattamenti. La storia, scritta dal regista e indipendente dagli altri film, si svolge durante una gelida notte d’inverno, Bryan (Austin Abrams), un goffo corriere medico che ha da poco scoperto che la moglie aspetta un figlio, accetta una paga doppia per consegnare con urgenza una sacca di organi a un ospedale di Racoon City. Durante il tragitto investe una donna e viene rapidamente risucchiato in un meccanismo infernale. Un misterioso agente patogeno si sta diffondendo rapidamente, mutando i cittadini in mostri. Bryan si ritrova bloccato a piedi in una città nel caos, costretto a lottare per la sopravvivenza.
Come succedeva in Barbarian, dunque, il dispositivo implacabile di Zach Cregger si innesca trascinando il malcapitato protagonista in una trappola kafkiana senza via d’uscita. Un’altra volta ci troviamo davanti all’apoteosi del cinema di Sam Raimi, al protagonista raimiano per eccellenza, l’uno fra tanti che si ritrova suo malgrado, a fronteggiare il male. Come il commesso di supermercato Ash Williams imbracciava il fucile, trovato nel supermercato stesso, nella celeberrima scena finale de L’armata delle tenebre, qui in un’iconica scena il corriere Bryan, barricato nella più classica delle case americane, attaccato da un infetto, imbraccia compiaciuto il fucile appeso al muro. È questo forse il momento decisivo del film. Il momento di catarsi (videoludica, verrebbe da dire) da una società che promuove e pratica la violenza continuamente con armi e guerre ma non la permette e che stigmatizza persino quella finta dei videogiochi e del cinema. È il nucleo del ragionamento raimiano ripreso da Cregger. E non è affatto un caso che il regista abbia manifestato anche nei precedenti film interesse per l’inquietudine e la follia paranoica dell’America post Trump.
Il mostro-morbo di Cregger che ingloba tutto e tutti, persone e animali, trasformandoli in un unico mostro, è identico a quello de La Cosa di Carpenter; ma se in Carpenter il ragionamento é forse più ampio, più ambiguo e più filosofico, Cregger riflette su un piano più concreto e politico. Se il film di Carpenter aveva una dimensione apocalittica e globale, se non universale, con la Cosa che arrivava dallo spazio al Polo Sud attaccando scienziati provenienti da tutto il mondo, qui la dimensione della riflessione sembra essere più specifica. “La Cosa” di Cregger è un morbo che porta a un America dove il sangue scorre a fiumi e si spara come se si fosse in un videogioco, appunto; un morbo che porta al collasso tutte le istituzioni. Su tutte, si direbbe, nei tempi bui dello smantellamento dell’Obamacare, la sanità: un terzo di film è ambientato in un ospedale, luogo di cura che invece si trasforma in un inferno popolato da terrificanti infetti e ricorda inevitabilmente il centro commerciale di Romero, altro regista con cui questo autore ha molto da spartire.
Come al solito Cregger esplora anche la dimensione più intima e personale del suo protagonista e come al solito lo fa senza scadere nel banale. I piccoli e grandi problemi di Brian si trasformano, o meglio si materializzano in mostri, la sua insoddisfazione si trasforma in violenza liberatoria, la sua serata tranquilla di lavoro diventa una notte di ordinaria follia. La gravidanza della moglie genera paura, incomunicabilità e senso di colpa e come nell’Eraserhead di Lynch il terrore della paternità assume sembianze mostruose. Addirittura, in un piccolo eccesso di macabro simbolismo psicografico, quelle di un neonato-mostro a cui il protagonista si ritrova a sparare con un fucile a pompa. Al pari di Weapons, anche qui tutto rimanda al cinema lynchiano, che al netto del suo amore per l’horror resta il riferimento intellettuale più evidente. Come in Lynch, infatti, anche qui il senso della scrittura si trasmette per immagini, non c’è logica se non quella del subconscio (collettivo o individuale che sia), non c’è realtà se non quella della surrealtà, nulla è credibile dunque tutto è credibile.
Impeccabile tecnicamente, estremamente completo, autore ma anche artigiano, meno lezioso e precisino di Oz Perkins, Curry Barker e altri colleghi, Zach Cregger è per chi ama il cinema di Raimi, Carpenter e Romero uno dei registi horror migliori della sua generazione.
Difficile pensare a un soggetto più complesso di un noto videogioco di successo come Resident Evil (anche perché già visto al cinema diverse volte tra l’altro), specialmente dopo l’ultimo passo falso del pur grande Eli Roth con Borderlands. Impossibile pensare a un esito più felice, a un modo più geniale e rispettoso di adattare (e disadattare) alla settima arte un medium così pieno di insidie.
Impietoso è il confronto con gli altri che ci avevano provato. Per i fan della saga videoludica, infatti, tra i tanti precedenti cinematografici non ce n’è uno consigliabile, o persino salvabile: il più noto e “apprezzato” del 2002 poi, girato dall’incapace Paul W. S. Anderson, è forse addirittura il peggiore.
Giovanni Pesaresi
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