Naru lavora come operatrice di macchina in un’importante emittente TV di Kabul. Separata dal marito che la tradiva e la sfruttava, cerca di crescere come può il figlioletto di tre anni, puntando a una forma di affermazione professionale in una società che rimane nonostante tutto profondamente maschilista e patriarcale. Non a caso le riserva un ruolo solo in programmi femminili o di cucina.

Ma quando, grazie all’assenza di un collega uomo, coglie l’opportunità di accompagnare Qadrat, il reporter di punta dell’emittente, nell’intervista a un capo talebano, sembrano aprirsi per lei nuove possibilità. Anche Qadrat, però, quando l’intervista salta perché Naru non ha il velo al posto giusto, sembra confermarla nell’idea, condivisa da molte sue amiche, che in Afghanistan di uomini per bene non ci sia traccia. Eppure, poco a poco, tra i due inizia a istaurarsi un rapporto, fatto inizialmente di curiosità, poi di stima reciproca, amicizia e forse anche qualcosa d’altro.

Mentre a Kabul il clima si fa sempre più pesante (siamo tra la primavera e l’estate del 2021, quando il ritiro degli americani e delle forze occidentali segnò il crollo repentino dell’esperimento di democrazia e libertà durato venti anni e il ritorno al potere dei Talebani) i due colleghi iniziano a scoprirsi, tra diffidenze, pregiudizi (a cui non sfugge inizialmente nemmeno Qadrat, di gran lunga il più progressista dei suoi colleghi) in una società che, nonostante alcune aperture ai diritti delle donne, resta profondamente patriarcale. Una mentalità che si traduce in piccole ma costanti angherie, divisioni di ruoli, fatiche e incomprensioni, ma in cui donne come Naru hanno cercato di ritagliarsi uno spazio di libertà e di azione.

La regista Shahrbanoo Sadat, che si è ritrovata a interpretare (con grande convinzione e efficacia) la sua protagonista dopo che l’attrice scelta aveva lasciato la produzione a tre settimane dall’inizio delle riprese, ha voluto fare la prima “romantic comedy afghana” e in effetti la storia, a dispetto di tutto, si concede momenti leggeri e di umorismo, in linea con certe commedie americane degli anni Cinquanta, prima di virare verso un finale molto più drammatico che rimanda invece a un grande dramma di guerra come Casablanca.

La scelta di raccontare attraverso un genere non impedisce alla regista, che da Kabul è effettivamente fuggita con la sua famiglia nel 2021, di mettere in scena una realtà complessa e faticosa, un mondo che ,con tutti i suoi limiti e contraddizioni, aveva aperto porte impensabili a metà della sua popolazione, ma che proprio per queste contraddizioni, è pronto a crollare in un attimo di fronte all’offensiva di un passato che ritorna.

No Good men, a dispetto, del suo titolo, però, non è un film senza speranza, ma anzi lascia intravedere nelle pieghe dei rapporti che racconta, quello tra Naru e Qadrat innanzitutto, ma anche in quello tra Naru e le sue amiche, nella solidarietà e nel coraggio di chi lotta per raccontare la verità anche di fronte all’apocalisse, nei piccoli gesti di pietà, un’umanità che non si lascia vincere nemmeno di fronte alla sconfitta.

Così il bacio finale (a suo modo una piccola rivoluzione, insieme ad un’altra scena un po’ salace, in una cinematografia che non è abituata a mostrare nulla) non è solo il suggello di un amore che proprio perché non consumato ha la forza di resistere, ma anche la promessa che qualcosa di buono può nascere nel mezzo della sventura, proprio come i cactus coloratissimi che fioriscono nei titoli di testa del film e nel deserto.

Laura Cotta Ramosin0

Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema

Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema

Clicca qui per iscriverti al nostro canale Youtube