Damien Chazelle torna con Babylon a parlare del sogno del cinema, che aveva sfiorato in La La Land, e lo fa con un film ambiziosissimo e debordante che per sua stessa dichiarazione teneva nel cuore da sempre e ha finalmente avuto modo di realizzare nello stile dei colossal di un tempo.

Anche qui lo sguardo, nitido e pieno d’amore, è per quei sognatori, magari destinati a perdere e a perdersi (i folli e i sognatori celebrati dalla canzone più bella di La La Land) ma che hanno il coraggio di impegnare tutto se stessi per far parte di un’impresa più grande di loro, in un anelito, talvolta disperato, di immortalità. Lo sfondo perfetto stavolta Chazelle lo trova nella Hollywood dell’epoca classica, grandiosa, spudorata ed eccessiva dell’epoca d’oro, quella tra gli anni Venti e i Trenta che vede anche la rivoluzione del passaggio dal muto al sonoro, già rielaborata da un capolavoro come Cantando sotto la pioggia (omaggiato da Chazelle in modi più o meno espliciti) e rivisitata non così tanto tempo fa anche in The Artist, entrambi più gentili e meno crudi che qui.

Il tono e la misura, eccessiva e talvolta ridondante, del film è settato dalla prima mezz’ora, tutta occupata da una festa orgiastica a base di droga, sesso e musica nella villa di un produttore di successo. Una sequenza il cui virtuosismo tecnico e visivo fa impallidire il piano sequenza dello svincolo autostradale losangelino e che potrebbe tramortire e scandalizzare una parte degli spettatori.

È qui che incontriamo tutti i nostri protagonisti: Jack Conrad (Brad Pitt, praticamente perfetto in un misto di fascino soave, strafottente e quasi ingenuo), Nellie LaRoy (Margot Robbie), aspirante attrice e già star (perché, come dice lei, o lo sei già o non lo diventerai mai), e Manny Torres (Diego Calva), tuttofare messicano che non vede l’ora di finire finalmente su un set ma nel frattempo fa di tutto (da trasportare elefanti a far sparire giovani donne in piena overdose), Sidney Palmer (Jovan Adepo) trombettista nero di talento forse un po’ svogliato, Elinor St. John (Jean Smart) giornalista esperta di gossip, e Lady Fay Zhu (Li Jun Li), che si divide tra una misteriosa persona di spettacolo e una più prosaica vita domestica.

Attorno a loro una fauna pressoché infinita di personaggi tutti sopra le righe, che vivono con un ritmo e un’intensità indiavolata, forse presentendo che il loro tempo è destinato ad essere breve. Quasi tutti in questo film parlano di cinema, di quello che significa o potrebbe significare: arte o industria, sogno più grande della vita e veicolo di immortalità, ma quasi nessuno riesce ad afferrare e controllare del tutto la magia che ne è la sostanza profonda.
Se Jack e Nellie, in modi diversi, sono personaggi tragici, destinati a brillare ma più o meno coscienti della natura effimera del successo, che afferrano con una innocente ferocia la vita, Manny è quello che lavora dietro le quinte, cosciente fin dall’inizio di quanto il sogno sia fatto anche di sangue e merda (letteralmente) ma deciso a farne comunque parte.

È il suo lo sguardo con cui proviamo ad afferrare questa realtà rutilante che diventa vittima della sua inevitabile corsa in avanti.
La rivoluzione tecnica del sonoro (di cui vediamo in modo paradossale gli effetti non solo sugli attori ma sull’intero sistema produttivo) si porta dietro immense possibilità ma anche un cambio di Weltanschauung, un giro di vite verso una moralità più borghese che spinge l’eccesso nel sottoterra trasformando l’eccesso panico in una morbosità quasi demoniaca (la discesa agli inferi di Manny nel suo disperato tentativo di salvare Nellie dalle conseguenze dei suoi errori è un altro momento decisamente provante per lo spettatore).

Rispetto alle sue prove precedenti qui Chazelle apre la dimensione personale in un grandioso affresco sociale e cerca di dire la sua in maniera decisamente esplicita sul cinema e le sue ambizioni e non è forse un caso che Babylon esca a poca distanza da The Fabelmans di Steven Spielberg, un altro canto d’amore al cinema a lungo meditato di cui potrebbe essere considerato un improbabile complemento.

Se Spielberg, fedele a se stesso, sceglie lo sguardo di meraviglia di un bambino e la prospettiva ampia dell’epica western, Chazelle, che pure a tratti si perde in qualche digressione di troppo e si fa prendere la mano dalla materia, descrive lo struggimento del desiderio umano di grandezza, la tragedia che spesso è il prezzo da pagare per provare a realizzarlo, la certezza che ne valga comunque la pena.
Entrambi riescono a ricordarci la bellezza irripetibile di quello che accade nel buio della sala, senza dimenticare il sacrificio che serve a realizzarla.

Laura Cotta Ramosino

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