Siamo nel 2018 a Parigi. Durante una manifestazione di protesta dei “gilet gialli”, il ventenne Guillaume viene ferito dalla polizia che gli spara in testa, causandogli danni permanenti. La madre denuncia il fatto all’IPGN, l’ispettorato che indaga sulla polizia. Il dossier 137 arriva sulla scrivania di Stephanie che si prende a cuore il caso e inizia a indagare sui suoi colleghi poliziotti. In mezzo a reticenze e omertà, Stephanie giunge a una conclusione mettendosi contro il sistema.
Dopo il bellissimo polar La notte del 12, Dominik Moll – regista francese nato in Germania – torna con un altro poliziesco altrettanto efficace. Il caso 137 ci porta nel cuore delle tensioni sociali che hanno dilaniato la Francia alla vigilia del Covid con le proteste dei gilet gialli e lo fa con un film che, senza facili ideologismi e prese di parte faziose, ci porta al centro delle divisioni e contrapposizione tra manifestanti, società e istituzioni. Il cuore del film ruota attorno alle indagini del commissario Stephanie cui dà il volto Léa Drucker, da alcuni considerata la miglior attrice francese di questi anni, e qui in una interpretazione eccezionale; verrebbe da dire da Oscar.
Il suo personaggio si muove tra mille difficoltà investigative e deve fare i conti anche con lo scetticismo e la mancanza di fiducia della famiglia di Guillaume che non crede di riuscire ad avere giustizia. La sua caparbietà la porterà a trovare i responsabili ma è a questo punto che iniziano i problemi con i suoi colleghi poliziotti e con il sistema in generale, con un finale che è tutto da seguire nel dialogo serrato tra Stephanie e una sua responsabile.
Il film di Moll, dicevamo, non è ideologico. Poteva cadere facilmente in un atto di accusa nei confronti della polizia ma, chi vedrà il film, si accorgerà che non è così. Il caso 137 è certamente un film di denuncia del sistema – sostenuto da un bel ritmo – e di come sia difficile arrivare alla verità o far condannare i responsabili di un reato ma è ricco di sfumature che lo rendono ancora più apprezzabile. Non sfugge a Moll – e nel film viene sottolineato – che i corpi di polizia su cui indagano la IPGN e Stephanie sono gli stessi considerati eroi dopo l’attentato al Bataclan nel 2015.
Il punto di forza, comunque, è l’interpretazione di Léa Drucker. Il suo personaggio è scritto benissimo; ci viene mostrato non solo sul lavoro ma anche nel dietro le quinte dei rapporti con l’ex marito, poliziotto anche lui, e soprattutto nei rapporti con il figlio adolescente con cui c’è un legame molto forte, ricambiato. A nostro avviso, c’è una scena molto bella (no spoiler) in cui emerge tutta l’attenzione del figlio verso la madre. Léa Drucker porta sullo schermo un’interpretazione fatta di sguardi, tutta in sottrazione, senza mai un tono sopra le righe; un personaggio forte, determinato – in un certo senso solo nel portare avanti la sua missione – che in fondo spera «di essere una brava professionista, una buona amica e una madre decente».
Se Dominik Moll ci porta nel cuore delle contraddizioni e delle tensioni francesi, il suo film parla anche a noi e ci interroga sugli stessi temi. Presentato al festival dio Cannes 2025.
Stefano Radice
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