Un universitario convinto che il femminismo sia la rovina della società, armato di fucile, si introduce nel Politecnico di Montréal e compie una strage uccidendo solo donne. Valerie (Karine Vanasse), una brillante studentessa che sogna di diventare ingegnere aeronautico, viene ferita solo marginalmente e, confondendosi tra le vittime, riesce a sopravvivere. Parallelamente Jean François (Sébastien Huberdeau), scampato anche lui alla strage, chiama la polizia e prova a soccorrere una ragazza colpita alla spalla.
La vicenda si ispira alla strage avvenuta il 6 dicembre 1989 all’Ecole Polytechnique di Montréal, ma non si limita a mostrare la tragedia di quel giorno, racconta anche le vicende di chi dovrà fare i conti con il passato. Polytechnique, film del 2009, è uno dei primi lavori del regista canadese Denis Villeneuve. La notorietà arriverà solo nel 2011, grazie al successo e alla candidatura come miglior film straniero di Incendies (in Italia La donna che canta). Il regista si dimostra già abile nell’orchestrare la sceneggiatura (scritta in collaborazione con Jacques Davidts ed Éric Leca) carica di tensione da vero thriller accostata alla suggestione di immagini poetiche, immagini intime che con rara delicatezza tratteggiano i personaggi. Si distinguono anche gli attori. Prima di tutto Karine Vanasse, molto convincente nel ruolo di una studentessa determinata quanto impacciata (divertente e tenera la scena in cui si veste per un colloquio di lavoro aiutata dall’amica). La cinepresa si sofferma con delicatezza sui particolari espressivi del suo volto, ma si spinge anche più in là, mostrandoci altri dettagli, più intimi, della sua vita quotidiana che la avvicinano allo spettatore, senza per questo scadere in un voyeurismo da guardone. Significativa è la scena dove la ragazza si depila le gambe, mentre con l’amica parla di esami e di stage. Non è da meno Maxim Gaudette nel ruolo dell’assassino: disturbante nella sua cieca ferocia, e insieme molto credibile. La sua è un’interpretazione fatta di sguardi persi, di silenzi, lontana anni luce da ogni forma di esagerazione stereotipata da classico “cattivo”. Molto significativa, da questo punto di vista, la sequenza che lo mostra in appartamento, quando carica il fucile, con la macchina da presa che indugia sui dettagli della stanza, frammenti della sua esistenza solitaria e disperata.
Villeneuve opta anche per una fotografia, realizzata da Pierre Gill, in bianco e nero. La cinepresa offre immagini statiche con composizioni ordinate, quasi geometriche, alle quali si alternano ad elaborati e stranianti movimenti di macchina. Uno stile sobrio si contrappone a uno più espressionista volto a drammatizzare gli eventi. Il fine pare essere quello di raccontare la violenza esplosa in un ambiente solo in apparenza razionale. Il plot è sostenuto da un incastro perfetto, solo in parte debitore alla struttura allestita da Gus van Sant in Elephant (volente o nolente, passaggio obbligato per chiunque voglia fare i conti con la dolorosa materia delle stragi scolastiche). Villeneuve sembra insistere non tanto sull’orrore di un massacro e sulle sue cause; ad interessarlo sono soprattutto le reazioni umane a una tragedia. Una riflessione pervasa di profonda umanità e che, tuttavia, non rinuncia mai a intrattenere un dialogo serrato con lo spettatore grazie a picchi di tensione ben calibrata, comunque lontana da ogni tentazione di spettacolarizzazione del male. Nel film i dialoghi sono ridotti all’osso e la narrazione è affidata soprattutto alle immagini, con le distese innevate del Canada e i lunghi silenzi, ai quali si contrappongono le aule chiassose del Politecnico. Sembra di essere tornati al cinema ad un certo cinema essenziale (e non è affatto un male, anzi), per il modo di condurre la narrazione, un modo che crea notevoli momenti di suspense e bilancia perfettamente lo show e il tell.
Damiano Panicucci
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