La vicenda è di quelle storicamente tanto importanti quanto dimenticate: nel 1683 l’esercito ottomano guidato dal Gran Visir Kara Mustafa mosse – su richiesta del sultano di Istanbul – alla conquista di Vienna, baluardo cristiano che doveva aprire le porte verso l’Italia. Per conquistare tutta l’Europa e poi arrivare fino a Roma, così da trasformare la basilica di San Pietro in una moschea. Ma un frate cappuccino in odore di santità (i suoi miracoli e le sue prediche raccolgono folle adoranti) cerca di convincere l’imperatore d’Austria a creare con altri re cristiani la Lega Santa, per fermare le truppe ottomane. Sembrano prevalere rancori e antipatie, per esempio contro il “rozzo” re polacco Jan III Sobieski. Ma intanto lo scontro sotto le mura di Vienna si avvicina, e sarà cruento e decisivo. ,Fin qui, tutto interessante. E meritorio da raccontare in un film, visto che pagine fondamentali per la nostra civiltà come questa, e altre, vengono tristemente dimenticate. Il problema è che il cinema ha le sue regole e il suo linguaggio. E il regista Renzo Martinelli, se come produttore di se stesso trova sempre soggetti interessanti (e rischiosi, ed esplosivi) e finanziamenti preclusi a molti suoi colleghi, come regista non ha mai dimostrato qualità minime per non essere considerato come pretenderebbe da una stampa “di regime”, che stroncherebbe e occulterebbe i suoi film per motivi ideologici. Mah. A noi sembra che il suo nuovo film sia semplicemente brutto, come lo erano Barbarossa e i precedenti titoli della sua filmografia: e che dopo l’esordio interessante di Sarahsarà e dopo il raffazzonato ma a tratti sincero Porzus (e storicamente altrettanto importante), Martinelli sia andato sempre peggio, incurante e anzi sprezzante delle critiche quasi unanimi. L’impressione è che il “talento”, insomma, non lo sorregga. O quanto meno capacità minime per fare del buon artigianato (e ne servirebbero, di registi sanamente popolari, e con una visione non asfittica e conformista della storia e della società). Così, a effetti digitali pacchiani e ridicoli si accompagnano dialoghi altisonanti o anacronistici (“abbeverare i cavalli alle fontane di san Pietro”, rievocando la nota frase sui cosacchi, “non ci posso credere”, il continuo parlare di Occidente), situazioni di perfetto umorismo involontario (Marco D’Aviano che parla alla sordomuta, dopo aver ripreso il confratello che parla alla stessa donna “perché non può sentire”, il figlio del Visir che ha lineamenti certo non mediorientali, il cieco che “vede” il futuro…), scene che definire poco credibili è un eufemismo (notizie che circolano in tempo reale, persone che si riconoscono dai lineamenti quando non si sono mai viste, una carrozza imperiale che trova il frate su una stradina di montagna manco avesse il gps, e poi coincidenze, rivelazioni…), o semplicemente brutte (il cieco che ritrova la vista, i flashback con effetti visivi terribili, la cometa iniettata di sangue, gli ammazzamenti in battaglia in stile Tarantino o splatter asiatico…). E non basta l’ambizioso progetto di creare un ponte tra questo 11 settembre e quello a noi più vicino delle Torri Gemelle (fin dalla frase di Marc Bloch che apre il film: “L’incomprensione del presente nasce dall’ignoranza del passato”), pur se il film sembra barcamenarsi in continuazione tra spirito da scontro di civiltà ed ecumenismo benevolo (soprattutto nell'amicizia tra Marco D'Aviano e il musulmano Abu’l). Il tutto in una chiave modernista che non riguarda solo il linguaggio, che sembra troppo “odierno”, ma anche la filosofia di fondo. Insomma, troppo senno di poi.,Gli attori sono quasi tutti sotto il livello minimo accettabile (e c’è anche la solita figlia del regista, immancabile). Si salva solo F. Murray Abraham, in un lontano passato premio Oscar nel ruolo di Salieri in Amadeus di Milos Forman (e all’inizio incuriosisce questa figura di religioso, con folle adoranti, che ammonisce a pregare Dio e non lui, semplice strumento della volontà divina), da troppi anni ospite fisso in Italia di produzioni sconclusionate che fanno perno su di lui, e l’attore polacco Piotr Adamczyk nei panni dell’imperatore Leopoldo I.,Per il resto, meglio stendere un velo pietoso. In genere film così enfatici si definiscono televisivi, perché ricordano quello stile. E in effetti dal film, come dai precedenti di Martinelli, ne deriverà un tv movie in due puntate. Ma dubitiamo che la resa complessiva potrà migliorare sul piccolo schermo… Piuttosto, ne consigliamo un uso didattico per scuole di cinema: a ogni scena, si potrebbe mostrare quel che non si deve fare in un film. E non è una battuta.,Antonio Autieri