E siamo alla seconda parte, il capitolo di mezzo della trilogia che Peter Jackson ha allestito per portare sugli schermi “Lo Hobbit”. Il libro che J.R.R. Tolkien aveva scritto come una favola per bambini, ad onta delle sue duecento paginette, nelle mani del regista neozelandese è diventato un ipertrofico kolossal di otto ore complessive. Ma questo è il risultato, se quello che ci si propone è costruire un prequel ai tre film de Il Signore degli Anelli, piuttosto che mantenere la fedeltà al racconto. Così i truculenti scontri con gli orchi (mai viste così tante teste mozzate) si alternano a momenti di stasi, o all’inserimento di nuovi personaggi come un elfo silvano femmina (Evangeline Lilly), che gioca a flirtare con un nano e si permette anche ironie a sfondo sessuale (povero Tolkien). Bilbo e compagni sono riusciti, almeno temporaneamente, a sfuggire agli assalti degli orchi, ma per arrivare alla montagna dove il drago usurpatore Smaug veglia sull’immenso tesoro dei nani, devono superare una fitta foresta incantata, piena di insidie e sotto la tutela degli Elfi, che notoriamente non sono affatto ben disposti verso chi non appartiene al loro popolo. In più altri pericoli si annunciano, anche se è solo il saggio Gandalf a saperlo: il male diventa ogni giorno più potente, e non basteranno le arti magiche a contrastarlo. ,Ovviamente le ambientazioni del film sono impagabili: dagli ambienti naturali, alle rovine nelle quali si annida il potere malefico, fino alla città sul lago, della quale pare di sentire l’odore stagnante. Però quella che nel libro è un grande avventura alla ricerca di un tesoro, nel film si riduce a una costante fuga, una caccia che vede sempre gli orchi come protagonisti. Questo permette sicuramente al regista di sfoderare la sua bravura, in scene come quella dei ragni giganti o della discesa del fiume nelle botti (un misto tra il rafting e Gardaland), ma a scapito di un leggerezza e dell’ironia di cui aveva disseminato altri episodi. Tante aggiunte, dicevamo, che spesso appesantiscono senza motivo, come il lungo dialogo tra il drago Smaug (forse nell’edizione originale la voce di Benedict Cumberbatch è più accattivante) e Bilbo, o le scelte strategiche dei nani per sfuggire a Smaug. La desolazione di Smaug, indipendentemente dagli effetti visivi, lascia più perplessi che convinti. Per un giudizio finale bisognerà comunque aspettare ancora un anno il terzo episodio.,Beppe Musicco,RECENSIONE 2,Molto più dinamico e avventuroso del primo capitolo della nuova trilogia di Peter Jackson (che qui si regala un cameo alla Alfred Hitchcock nella sequenza iniziale), questo secondo film ha tutti gli ingredienti per accontentare gli appassionati di Tolkien e di fantasy in generale.,Il film, oltre ad essere un bel pezzo di intrattenimento, è anche un racconto capace di trattare attraverso “figure” (mai usare il termine metafora che Tolkien odiava a proposito dei suoi racconti, considerandolo pericolosamente didascalico e nemico della libertà dell’invenzione fantastica) temi universali e ponderosi come la responsabilità e la lealtà, la lusinga ambigua del potere, la tensione tra l'illusoria difesa della propria sicurezza e il dovere di lottare per una pace più grande e universale. ,In questo fedele all’impostazione del romanzo di Tolkien (che, ricordiamolo, fu scritto molto tempo prima de Il signore degli anelli e presenta rispetto ad esso alcune discrepanze di tono e contenuti, abilmente superate da Jackson e compagni ricorrendo ad altri materiali tolkeniani e a una buona dose di invenzione), la storia di Bilbo presenta gli elfi in una luce meno rassicurante e più ambigua degli eroici guerrieri del romanzo maggiore. C’è una vecchia conoscenza, Legolas, già straordinario arciere, qui ancora ben lontano dal rapporto di amicale rivalità con Gimli, ma soprattutto suo padre Thranduil, un monarca ambiguo nella gestione del suo potere, capace di tradire promesse e incline agli intrighi e alla violenza. Legolas, poi, viene coinvolto dagli autori in un inaspettato triangolo amoroso con la guerriera elfa Thauriel (personaggio totalmente inventato rispetto al libro) e in concorrenza con il più avvenente e alto dei nani, un elemento che ha fatto gridare allo scandalo i puristi e che a tratti fa sorridere anche gli spettatori più “aperti”, ma che, da lettori, sospettiamo potrebbe dare i suoi frutti nel capitolo finale. Anche gli uomini, del resto, non fanno una bella figura in questo affresco: la città di Pontelagolungo è una specie di piccola Bruges (i richiami iconografici, nella struttura e nell’architettura, come nell’abbigliamento del governatore, sono fiamminghi) in decadenza, a capo della quale c’è un Governatore corrotto e tirannico che paventa possibili nuove elezioni e si guarda dall’unico uomo in grado di contrastarlo, l’eroico Bard, barcaiolo, all’occorrenza contrabbandiere e alleato riluttante dei nostri. ,Ma, come il titolo annuncia, in tanto profluvio di avvenimenti ed effetti speciali, la vera star della pellicola è il drago Smaug (nell’originale a dargli la voce è il bravissimo Benedict Cumberbatch, che la presta anche al misterioso Negromante), la creatura mostruosa che si nasconde nella montagna e che è la nemesi di Thorin, cui ha rubato il regno e ucciso parenti e amici. L’incontro tra Bilbo (che è stato assunto dalla compagnia come scassinatore e che ha l’incarico di recuperare la mitica archengemma) e la bestia è un misto irresistibile e spettacolare di umorismo e autentico terrore, come pure la caccia e lo scontro successivo con i nani nelle viscere della montagna (che insieme alla fuga nei barili vale il prezzo del biglietto in 3D). Smaug, però, come nelle migliori favole, non è solo una bestia mostruosa da combattere, ma incarna l’esito più terribile della tentazione della ricchezza e del potere che aleggia su molti personaggi, ma soprattutto su Thorin, già nel primo capitolo una figura dai tratti potenzialmente tragici che qui comincia a mostrare i segni dell’ossessione che farà insieme la sua grandezza e la sua dannazione.,Quando il diritto a regnare si trasforma in ossessione del dominio, quando la volontà di vittoria implica il sacrificio di chi pure ci è stato compagno (il fatto di definire le persone in base alla loro funzione anziché al loro nome è un piccolo tema ricorrente e significativo), il pericolo di trasformarsi in qualcosa di molto vicino al proprio nemico diventa tangibile e urgente. Un pericolo da cui non è esentato nemmeno il solitamente amabile Bilbo (Martin Freeman, ormai totalmente compenetrato nella parte), che si mostra capace di usare l’anello trovato nelle viscere delle Montagne Nebbiose a beneficio dei compagni, ma è a sua volta tormentato da un’ansia di possesso che lo spinge in alcuni momenti alla menzogna e alla violenza, trasfigurandone i tratti e il carattere.,Le profezie, come spesso accadeva nella tragedia greca e nelle saghe nordiche tanto amate da Tolkien, sono qui strumenti pericolosi e ambigui: promettono e spingono all’azione, ma richiedono equilibro e meditazione per non trasformarsi in maledizioni. Non per caso, dunque, Jackson, prendendosi libertà rispetto ai toni giocosi dell’originale, oltre che sfiorare l’horror nella scena dei ragni giganti di Bosco Atro, inserisce una linea più dark destinata a fare da ponte verso la trilogia de Il signore degli anelli: mentre nani e hobbit sono impegnati contro il drago, infatti, Gandalf affronta una minaccia oscura e nascosta e un esercito di orchi si prepara ad attaccare. ,Il racconto, dunque, si fa più articolato e complesso, senza per questo inficiare il ritmo della storia, che alterna momenti di azione travolgenti e altri elegiaci e meditativi, e si permette il lusso di lasciare lo spettatore nel bel mezzo della storia, con un drago vendicativo in volo e il mondo in pericolo. Non resta che aspettare sull’orlo della poltrona per un anno che sarà lunghissimo a passare….,Laura Cotta Ramosino,