Abbiamo superato il giro di boa, e proseguono le proiezioni alla 76a Mostra del Cinema di Venezia (28 agosto-7 settembre). I grossi nomi sembrano in calo, come sempre dopo la prima metà, a causa del Toronto Film Festival che inizierà dopodomani. Ma si vedono ancora film di ottima qualità, nelle varie sezioni.

La selezione di grande livello del Concorso si manifesta anche nella scelta alta dei film italiani. Ieri è stata la volta di Martin Eden, quarto film, ma primo interamente di finzione, di Pietro Marcello. Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Jack London, Martin Eden (interpretato da un sempre più bravo Luca Marinelli) è un marinaio alterna la sua vita tra i viaggi sul mare e la casa della sorella e del cognato a Napoli. Quando un giorno difende un ragazzo picchiato da un uomo violento, Martin viene accolto nella villa della sua famiglia. Il ragazzo è un Orsini, e ha una sorella Elena, bellissima. Martin se ne innamora da subito come si innamora dei libri che lei ha. Inizia la sua lenta, faticosa, immersione nello studio e in quella che è la sua passione più vera: la scrittura. Profondo, mai banale (anche nella scelta dei materiali d’archivio) Martin Eden è un film che non si dimentica. Riguarda tutti noi – come conferma l’ambientazione non in un preciso momento storico come si intuisce dai riferimenti (abiti, oggetti, canzoni, ecc.) a tutta la storia del Novecento – e quel necessario e innato desiderio di trovare il proprio posto nella vita. Martin non misura e calcola, comprende le persone che ha al suo fianco, è generoso e onesto nelle parole e nelle azioni. Sarebbe un film perfetto se non fosse per la ascesa – discesa finale del protagonista; è troppo rapida quella evoluzione – involuzione, troppo amara anche se non elimina mai l’ammirazione per la grande capacità del regista Pietro Marcello e del suo sceneggiatore Maurizio Braucci di trasformare un capolavoro letterario in un piccolo grande film. (Emanuela Genovese) 

 Non ci ha invece convinto per niente The Painted Bird, portato in concorso dal regista ceco Václav Marhoul in cui un bambino ebreo viene affidato dai genitori a una donna, perché scampi l’Olocausto. Tratto da un romanzo di Jerzy KosinskiThe Painted Bird è girato in un sofisticato bianco e nero che accentua la tragicità del periodo della seconda guerra mondiale e l’ambientazione rurale del film. Fin dalle prime immagini il film non fa niente per nascondere la crudeltà che attraversa tutta la storia: un gruppo di bambini insegue e picchia il protagonista che cerca di proteggere un animaletto selvatico, dopo di che l’animale viene cosparso di benzina e bruciato. Rimasto solo alla morte della donna che proteggeva, il bambino inizia a vagare per i villaggi circostanti, trovando solo angherie e sofferenze, su sé stesso e su quelli che incontra. Ogni gesto di bontà in cui si imbatte o è falso o è vano; ciò che rimane è solo violenza dell’uomo sui propri simili o sugli animali, non importa se l’appartenenza sia all’esercito russo, a quello tedesco, alla Chiesa cattolica, o ai riti sciamanici che ancora trovano spazio nella popolazione di una zona fatta di pianure paludose, boschi tenebrosi o villaggi segnati dalla guerra. Anche alla fine, quando il peregrinare sembra aver avuto fine, la speranza di una vita più serena resta labile, sommersa com’è da tanti orrori che il regista spande a piene mani per le quasi tre ore del film, che mettono a dura prova chi si copre gli occhi con le mani nelle scene più disgustose. Nel cast, oltre a numerosi attori cechi, ucraini e russi di difficile riconoscibilità, anche nomi famosi del cinema internazionale – in piccoli ruoli – come Udo Kier, Stellan Skarsgård, Harvey Keitel, Julian Sands e Barry Pepper. (Beppe Musicco)

I primi anni del regno di Enrico V sono al centro di The King di David Michôd, altra produzione Netflix qui a Venezia ma stavolta fuori concorso. Nonostante il tono del film sia sin dall’apertura affine a quello dei grandi drammi storici, nel raccontare la salita al trono di uno dei più grandi re d’Inghilterra il regista si concentra su un dramma strettamente personale, quello del rapporto problematico del giovane principe Hal con il padre e re Enrico IV. Di indole ribelle e dal progetto politico opposto rispetto alla passione bellica e furiosa che muove il padre, tutte le decisioni del giovane re d’Inghilterra rappresentano una rivalsa nei confronti del genitore, odiato tanto sul piano umano quanto disprezzato su quello politico. Timothée Chalamet interpreta bene la parte di un monarca all’apparenza freddo e impassibile, ma in fondo fragile nella sua inesperienza e disposto ad ascoltare le parole degli amici a lui più fedeli. Se l’idea di privilegiare la componente umana è tutto sommato riuscita, il film si prende qualche licenza storica di troppo e arranca nelle parti dedicate alla narrazione degli eventi bellici (nello specifico, la battaglia di Azincourt del 1415), talvolta costruiti frettolosamente e sacrificati in favore di dialoghi eccessivamente retorici. In fin dei conti un buon film, che con qualche lungaggine sarebbe forse risultato più equilibrato, ma che riesce comunque a catturare un lato del personaggio quasi inedito nel panorama cinematografico. (Maria Letizia Cilea)

Sempre fuori concorso alla Mostra di Venezia è passato The Kingmaker, un documentario di fattura classica che racconta il ritorno al potere della famiglia Marcos attraverso l’indomita tempra di Imelda Marcos, moglie del dittatore che negli anni 50 ha instaurato nelle Filippine un regime di terrore tramite corruzione e legge marziale. La statuarietà e la voce sicura di Imelda sembrano mostrare la sicurezza di chi sa di essere dalla parte della ragione, e mentre la camera si concentra sulla sua versione dei fatti, nel frattempo altre versioni sulle dinamiche della politica filippina degli ultimi 50 anni ci vengono raccontate da studiosi e testimoni: dissidenti scomparsi e giustiziati, appropriazione di denaro pubblico e manipolazioni elettorali furono pratiche all’ordine del giorno durante il loro ultimo mandato. Dopo la morte del marito, la ormai ottantenne Imelda continua a decantare le glorie dei giorni passati e a preparare quelle attese per il futuro: le elezioni del 2016 hanno infatti visto il ritorno in campo della famiglia Marcos con la candidatura del figlio Bongbong, che nonostante la manipolazione dei media e le consuete pratiche illegali, non è riuscito a diventare sindaco di Manila. Ma il finale del documentario ci presenta forse una prospettiva ancora più inquietante, che vedrebbe i Marcos quali burattinai nell’ombra di altri personaggi di spicco nella politica filippina. Nella sua semplicità l’opera di Lauren Greenfield parla con chiarezza e va dritto al punto: a che costo siamo disposti a dimenticare il passato e a seppellire le nostre coscienze in favore di una promessa fasulla di pace e serenità? (Maria Letizia Cilea)

Un giovane criminale sta scontando la sua pena in riformatorio e si ritrova nel mezzo di una serie di fraintendimenti e malintesi che portano un’intera comunità a credere che lui sia un prete, mandato ad assistere l’anziano titolare e destinato a sostituirlo dopo la sua morte. Presentato alle Giornate degli Autori, con Corpus Christi Jan Komasa ci racconta una storia di redenzione allo stesso tempo durissima e irriverente. L’idea alla base della sceneggiatura, solida e ancor meglio realizzata, permette al regista di muoversi con agilità tra diversi toni senza mai forzare la mano: all’interno delle dinamiche di un dramma esistenziale profondissimo lo spettatore vive dunque momenti di vero divertimento, ma anche scene crudissime e di grande impatto visivo. Nel sottotesto troviamo dunque la denuncia di un sistema di recupero minorile che si basa sulla legge del più forte, l’ipocrisia che anima le piccole comunità (cristiane e non), ma anche il bisogno di amore e compagnia delle giovani generazioni. Ad amalgamare il tutto le interpretazioni degli attori protagonisti, giovanissimi e di grande talento, che con la loro freschezza e l’intensità delle loro espressioni ci guidano attraverso luci e oscurità del percorso da intraprendere per arrivare al perdono, di sé stessi e di coloro che stanno intorno a noi. (Maria Letizia Cilea)

Primo e unico film italiano della Settimana della Critica è Tony Driver, l’esordio coraggioso di Ascanio Petrini. Piccola grande storia sui migranti e sui muri che ci separano dai nostri sogni e che ci impediscono di vivere la vita che vorremo, Tony Driver si muove sui canali della messa in scena e del documentario. È la storia di Pasquale Donatone, un barese emigrato a 9 anni in America che si fa chiamare Tony Driver. Perché lui è un tassista un po’ speciale che prima di essere “restituito” all’Italia, lavora in nero e porta nel suo furgoncino migranti messicani che vogliono attraversare, senza documenti, il confine. E ora che ha 53 anni, vive e lavoricchia a Polignano a Mare, si sente stretto e costretto a vivere in Italia. Desidera raggiungere in Arizona la sua ex moglie e i suoi figli. Ce la farà? Con Tony Driver la Mostra – attraverso la sua storica sezione indipendente dedicata agli esordienti di tutto il mondo – si arricchisce di un film che racconta il peso reale dei legami e della vita che vorremmo fare. Certo i reati sono reati e la legge è chiamata a intervenire, ma il rendere inaccessibile un Paese e il razzismo sono fenomeni su cui il cinema è chiamato a rendere sempre vivo l’allarme. (Emanuela Genovese)