A un anno da Il gioco delle coppie, Oliver Assayas torna in concorso alla Mostra con Wasp Network, cronaca delle imprese di alcuni piloti cubani all’interno di una rete di spionaggio tra Cuba e Stati Uniti. Continuando a riflettere sul rapporto tra verità e apparenza ed esercitando la sua consueta manipolazione narrativa, Assayas mette in scena una storia realmente accaduta ribaltando il punto di vista dello spettatore e la stessa prospettiva storica: tre piloti cubani sembrano aver tradito l’ideale castrista, preferendo fuggire nel paese delle opportunità per garantirsi un futuro più roseo; ritrovatisi a Miami, in un modo o nell’altro sono entrati in contatto con organizzazioni umanitarie per la salvaguardia dei fratelli cubani in fuga dalla loro terra. Ma nulla è come sembra, e mentre il temperamento e le aspirazioni di ciascuno di loro ci vengono raccontate anche attraverso la loro vita privata, un colpo di scena rimescola le carte, rivelando le loro vere intenzioni e l’esito dell’intera operazione. Assayas decide dunque di giocare con lo spettatore, nascondendo la verità dietro le apparenze ed esercitando l’arte della manipolazione: nonostante una certa dispersività dovuta all’entrata in scena, in tempi diversi, di tre protagonisti, il gioco regge bene per la prima parte del film. La bravura degli attori (Penelope Cruz ed Edgar Ramirez su tutti) e lo spazio che il regista dedica all’approfondimento dei loro storie personali garantisce la solidità della loro causa, verso la quale lo spettatore non può non provare interesse ed empatia. L’arrivo di un colpo di scena e l’entrata in scena di un personaggio fondamentale (interpretato da Gael Garcìa Bernal) dovrebbe poi essere il punto di massima tensione della vicenda, e invece esso dà il via ad una serie di eventi mescolati e sovrapposti in maniera un po’ confusa e frettolosa: i virtuosismi narrativi che da sempre appassionano il regista in Wasp Network non funzionano, lasciando l’impressione di una certa frammentarietà, di una perdita del centro della storia e del tono dell’intero film. Che peraltro sembra non riuscire mai a decidere a quale dei tre personaggi principali attribuire il ruolo di vero protagonista, restando comunque inefficace nel tentativo di raccontare una storia corale. (Maria Letizia Cilea)

Molto meglio e molto più apprezzato, sempre nel concorso ufficiale, The Laundromat di Steven Soderbergh, seconda produzione Netflix presentata in gara per il Leone d’oro. È il racconto dello scandalo dei Panama Papers, cioè la diffusione delle informazioni di uno studio legale di Panama riguardanti centinaia di migliaia di società offshore in tutto il mondo sul confine tra legalità e illegalità. Seguiamo la vicenda di un’anziana vedova (Meryl Streep), truffata da una di queste società, che combatte per smascherare gli inganni subiti, mentre a spiegarci le dinamiche finanziarie è la coppia di avvocati, il gatto e la volpe, interpretati dal gustosissimo duo Gary OldmanAntonio Banderas. È un film folle e caleidoscopico, che racconta la finanza con lo stile sovraeccitato e ironico di film come The informant! (dello stesso Soderbergh) o La grande scommessa ma con molta più eleganza. Scott Z. Burns (adattando un romanzo di Jack Bernstein) scrive un copione diviso in capitoli completamente anarchico nei personaggi, nelle situazioni, nell’ironia cinica, nei riferimenti metacinematografici e nelle divagazioni. Alla regia Steven Soderbergh si conferma uno dei più liberi e geniali autori del cinema americano contemporaneo, con una quantità di idee visive strabiliante, un caleidoscopio di forme e invenzioni. Racconta la finanza e la politica come facevano i film degli anni 70, ma lo fa con un’ironia feroce che è tutta contemporanea. In due parole: geniale e irresistibile. Da vedere. (Riccardo Copreni)

Non mancano idee visive neanche nell’unico film di animazione in concorso, ma ottenendo reazioni ben più fredde, ovvero No 7 Cherry Lane del cinese Yonfan. Ambientato nella Hong Kong del 1967, attraversata da proteste di giovani filocomunisti nell’allora città-stato controllata dalla Gran Bretagna (e fa impressione vederle ora, mentre i giovani scendono in piazza per protestare contro il regime cinese), è un confuso racconto – a tratti interessante, più spesso irritante – dominato dal rimpianto del tempo passato, sotto la continua e insistita citazione dell’opera di Proust, in cui si incentra la vicenda passionale di un giovane universitario e di una matura signora. Il ragazzo, bello e aitante, è stato chiamato dalla signora Yu a fare l’istruttore di inglese per la giovane figlia Meiling. Le matinèe cinematografiche, soprattutto di grandi storie d’amore impossibile, saranno l’inizio di una relazione trattenuta in cui la passione rimane soprattutto quella degli attori visti sul grande schermo; e soprattutto minacciata dall’innamoramento della ragazza per lo studente, diviso quindi tra madre e figlia. La parte romantica è la migliore, anche se la lentezza dei movimenti dei personaggi animati è estenuante e la voce fuori campo troppo insistente; ma i troppi momenti o personaggi strampalati e sopra le righe – nella realtà o nella sua deformazione onirica – stancano parecchio. (Antonio Autieri)

Passiamo ora a proposte delle altre sezioni.

Prodotto da Olmo Schnabel (fratello del regista e pittore Julian) e diretto da GrearPatterson, Giants Being Lonely racconta le storie di tre ragazzi, che arrivati all’ultimo anno di liceo dovranno imparare a vivere nel mondo degli adulti. Presentato in concorso per la sezione Orizzonti, il film di Patterson affronta con una freschezza di prospettiva tipica delle opere prime lo spaesamento delle nuove generazioni di fronte alle incertezze e alle responsabilità della vita adulta: i tre protagonisti, dal diverso temperamento e condizione socio-economica, vivono le domande, i dubbi e le vicende tipiche della gioventù nel mondo occidentale. Ma ciò che serpeggia al di sotto di una naturale ricerca di significato è un senso di abbandono e una completa mancanza di riferimenti, ricercati e non trovati nel mondo adulto, sempre più sfuocato, distratto e incapace di risposte. Ne deriva una disperazione senza via di uscita, raccontata attraverso l’intreccio delle singole storie con pacatezza, e con quel tono misurato che nasconde la rabbia e anticipa i gesti più estremi. Nonostante una certa dispersività nella seconda parte e qualche ripetizione di troppo, il film di Patterson è tutto sommato una buona partenza per un giovane autore dalle intenzioni chiare e forse ancora alla ricerca di un proprio stile. (Maria Letizia Cilea)

Presentato fuori concorso il documentario di Tim Robbins 45 Seconds of Laughter, sul laboratorio di teatro che tiene assieme alla sua compagnia The Actor’s Gang in un carcere di massima sicurezza in America. La storia è molto interessante, mostrando come il lavoro teatrale possa avvicinare le persone, far cadere barriere di razza, di appartenenza, di differenza sociale per far nascere un rapporto libero. Ma il film gira a vuoto perché non va oltre questo. I prigionieri non diventano mai personaggi, sono solo figure e quindi non c’è una reale emotività perché non c’è un reale sviluppo. È solo un susseguirsi di scene buffe (a volte divertenti, altre meno) oppure si vira ad un sentimentalismo spicciolo. Soprattutto, non riesce a reggere la durata di 90 minuti risultando ripetitivo. Sullo stesso tema, semmai, da vedere il grande film Cesare deve morire dei fratelli Taviani. (Riccardo Copreni)

Come evento speciale nelle Giornate degli autori è passato oggi Mio fratello rincorre i dinosauri, buona opera prima di Stefano Cipani dal bestseller omonimo del giovane Giacomo Mazzariol. In cui si racconta la vera storia, ma in chiave di commedia, di questa famiglia in cui arriva il quarto figlio, il secondo maschio dopo le due sorelle maggiori e appunto Giacomo. Ma la gioia si spegne nei genitori (i bravi Alessandro Gassmann e Isabella Ragonese) quando scoprono che Giovanni ha la sindrome di down. I genitori si fanno forza e spiegano ai figli di viverlo come un dono, quello di un essere speciale: solo che il piccolo Giacomo fraintende, e crede che il neofratello abbia i superpoteri. Quando capirà, la sua delusione sarà ancora più grande. Ma molto peggio la vergogna e l’imbarazzo che prova anni dopo, da adolescente, quando si innamora di una ragazza; arrivando a fingere di non averlo, il fratello Giò. O peggio, che aveva un fratello ma che è morto… Commedia simpatica per ragazzi e per famiglie a un tempo, con qualche semplificazione ma a tratti anche molto divertente, il film – raccontato dal protagonista Giacomo senza che in questo caso la voce fuori campo appesantisca il racconto – si appoggia su alcuni attori freschi e spigliati: su tutti il protagonista Francesco Gheghi nei panni di Giacomo e Lorenzo Sisto in quelli del piccolo Giò (vera forza del film, quanto il vero Giò in un video su Youtube che spopolò anni fa), ma bravi anche Roberto Nocchi ovvero l’amico e coscienza critica Vitto e Arianna Becheroni nel ruolo della ragazza di cui si innamora Giacomo. Non sarà il Wonder italiano, come viene lanciato (e il paragone potrebbe nuocergli). Ma sicuramente un bel modo di parlare di famiglia (positiva, per una volta), di adolescenza e di disabilità divertendo e senza troppi patetismi. (Antonio Autieri)

Infine, nella sezione Venezia Classici – Non Fiction è passato qualche giorno fa il documentario Fellini Fine Mai di Eugenio Cappuccio di cui parliamo più diffusamente altrove. E che dimostra che del grande autore riminese è ancora possibile raccontare degli episodi sconosciuti del suo cinema, della sua vita e della sua poetica soprattutto quando si ha avuto la fortuna di lavorare con lui e di condividere la sua esperienza come è accaduto all’autore (suo assistente sul set di Ginger e Fred) che attraverso materiali di repertorio e interviste di chi ha collaborato con Fellini, da Rimini e dai luoghi di Fellini, e con un complesso lavoro di ricerca e riprese originali, realizza un film  carico di affetto e decisamente non convenzionale. (Beppe Musicco)