Al suo primo lungometraggio, il regista franco-giapponese Koya Kamura ha scelto di adattare l’omonimo romanzo di Elisa Shua Dusapin perché i temi (nonostante non abbia legami con la Corea del Sud) lo toccavano da vicino. Il luogo geografico è diventato così un’ambientazione simbolica per la narrazione di finzione; e non si tratta di una ricostruzione della realtà sociale coreana dall’interno, poiché la prospettiva rimane distante, quella di un osservatore distaccato.
Soo-ha (Bella Kim) ha 23 anni e lavora in una pensioncina che ha appena accolto un turista francese, Yan Kerrand (Roschdy Zem), che si rivela essere uno scrittore e pittore in cerca di ispirazione. Soo-ha è figlia di un padre francese che non ha mai incontrato. La presenza di questo straniero dai modi riservati e quasi misteriosi la porta a mettere in discussione le proprie origini, specie nei dialoghi con la madre, esperta di cucina e specialmente maestra nel trattare il pesce. In queste descrizioni intime di questo ritratto di famiglia, il regista si concentra principalmente sulla trama piuttosto che sui dettagli dell’ambientazione; la storia è fatta per emergere in un contesto appena accennato, che ha una valenza molto limitata. Pertanto il film, sebbene girato con un approccio realistico, non cerca mai di usare la realtà per puri fini descrittivi o documentaristici: la narrazione ha la precedenza, e gli attori dimostrano di essere perfettamente capaci di mettersi al suo servizio. Roschdy Zem, un attore che sa affascinare anche con pochi gesti, crea un personaggio che rimane introverso, oggetto di attrattiva per la fragile e giovane protagonista, che nel fargli da guida e da cuoca, cerca in lui una potenziale figura paterna, forse persino l’oggetto di una storia d’amore inespressa.
Un inverno in Corea si svolge con delicatezza, punteggiato da alcuni conflitti (in particolare all’interno del rapporto madre-figlia), per accedere a una verità nascosta. Il cinema di Hirokazu Kore-eda potrebbe essere un punto di riferimento, anche se non raggiunge lo stesso livello di ambizione nell’esplorazione dei rapporti familiari. La regia di Kamura è per lo più sobria e, a detta del regista, perfettamente fedele al libro originale. Si apprezza comunque la scelta creativa di usare l’animazione per rivelare un mondo interiore; idea brillante, che crea un’interazione costante con la narrazione immaginaria sviluppata dal personaggio dell’artista, quasi un alter ego dell’autore, forse anche dello spettatore che sappia farsi coinvolgere.
Beppe Musicco
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