Giuseppe Tornatore sembra voler proseguire la strada che conduce sulla forma del documentario. Dopo la sua precedente fatica, Ennio (2021), il personaggio prescelto è questa volta Brunello Cucinelli, uno dei più grandi stilisti e imprenditori nel panorama della moda, italiana e non solo.
Il film alterna la classica rassegna di interviste di parenti e collaboratori, incluso lo stesso Cucinelli che in vari punti si racconta alla cinepresa, a momenti di ricostruzione narrativa, affidata ad attori, di scene dell’infanzia e giovinezza dello stilista. Proprio la scelta di queste lunghe ricostruzioni è forse il punto più delicato del film, se infatti, da una parte, tali scene consentono uno sprofondamento immaginativo nella vita di Cucinelli che il semplice reportage non permetterebbe, dall’ altra rischiano talvolta di apparire un po’forzate e costruite e si portano dietro una certa sensazione di artificialità. Un’altra perplessità che può emergere è il portato celebrativo che la pellicola necessariamente si porta dietro. Il film è infatti prodotto dalla stessa società dell’imprenditore e la figura di Cucinelli, pur indagata nelle sue molteplici sfaccettature, emerge come sostanzialmente priva di ombre, limpida e inscalfibile.
Il documentario è suddiviso in tre parti distinte, caratterizzanti tre stadi della vita di Brunello. Si parte dalla sua infanzia contadina, trascorsa nel casale della famiglia, disperso nelle campagne perugine. La connotazione genuinamente bucolica e al contempo umile e faticosa dei primi anni è un carattere particolarmente insistito, su cui si intende fondare la futura immagine dello stilista. Egli infatti si fa erede di una tradizione popolare, profondamente radicata nel territorio e caratterizzata da un connubio molto forte tra lavoro umano e rispetto della natura. Maturano in questa fase vari elementi tematici che presagiscono in modo dichiarato gli sviluppi futuri del personaggio.
Il secondo step è invece l’adolescenza di Cucinelli, marchiata in modo indelebile dalla scoperta della periferia urbana, il suo ritmo e le sue contraddizioni, nonché dall’incontro con Federica, sua futura moglie, primo concreto impulso che lo dirigerà al mondo della moda. È in questa fase centrale che il ragazzo ha la sua maturazione, ambientata nel suo bar del cuore e tra le stradine di Solomeo, luogo della prima sede della sua futura azienda. Da qui si sviluppa la sua grande intuizione e in breve tempo il suo trascinante successo che apre così alla terza e ultima parte del film.
Nella terza sezione non ci sono più ricostruzioni cinematografiche ma riprese “d’archivio”, video di discorsi e interviste passate, sempre accompagnate dal commento del diretto interessato e dei suoi più prossimi. È qui che si condensano tutte le linee narrative costruite via via, che viene a maturazione l’immagine globale di Brunello, oltre l’imprenditore, fino a indagare la sua figura di uomo.
Risulta centrale, nella narrazione del grande stilista, il concetto di “capitalismo umanistico”, visione etica portata fin dentro il congresso della Cop28 (2023) di Dubai. Questa prospettiva, che in lui si fa vera e propria bandiera professionale e umana, si radica nella cultura del rispetto della natura e del valore della famiglia maturata nell’infanzia, nel suo interesse per la filosofia coltivato con i suoi compagni di bar, nel contraccolpo subito di fronte alla spersonalizzazione e all’alienazione sofferte dal padre nel lavoro in fabbrica. Si mostra dunque come il prodotto complessivo della sua intera esperienza di vita. Questo nuovo modello, morale e professionale, lo si vede infine concretizzato nei luoghi di lavoro della Cucinelli: nella valorizzazione del singolo individuo, nella predisposizione di luoghi di lavoro sempre illuminati, non asfittici, in ritmi di lavoro non usuranti e in salari più alti della media di settore. Ma si riflette anche nelle numerose iniziative culturali e umanistiche portate avanti dall’imprenditore, come la riabilitazione del paesaggio naturalistico di Solomeo, la costruzione di un piccolo teatro o il progetto ambizioso di una biblioteca universale. È questo afflato umano il portato più significativo del film di Tornatore: la descrizione di un’esistenza curiosa, buona, intrepida, capace, in alcuni tratti, di essere di grande ispirazione. Sulla scorta di questa energia positiva sono in fondo dimenticabili alcune scelte stilisticamente rivedibili.
Tommaso Kadolph
Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema
Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema
Clicca qui per iscriverti al nostro canale Youtube