Il comune denominatore delle tre donne è il romanzo “Mrs. Dalloway”: vediamo la scrittrice Virginia Woolf (Nicole Kidman), negli anni Venti, intenta a scriverlo mentre combatte depressione e squilibrio mentale, che la porteranno in seguito al suicidio; una casalinga triste e sposata infelicemente con un eroe di guerra che nella Los Angeles degli anni ’50 medita il suicidio mentre legge lo stesso libro; un’editor newyorchese, omosessuale ma innamorata da sempre di uno scrittore gay, e malato terminale di Aids, viene chiamata dal suo amico Mr. Dalloway e si trova a rivivere alcune situazioni. ,La trama, che continua a intersecare le vite delle tre donne, non rende l’idea. Tratto dal romanzo omonimo di Michael Cunningham, il film è una dolentissima via crucis attraverso le sofferenze di tre anime. I temi di fondo sono sì, è vero, la follia, la tentazione del suicidio e l’omosessualità (tutt’e tre vivono questo fattore, come scelta, come tentazione o come latenza), ma non sembra determinante a definire il cuore del film. Che, supportato da musiche, regia di classe (Stephen Daldry è cresciuto molto dal modesto “Billy Elliott”) e interpreti fenomenali, disegna una concezione della vita disperata che commuove per i destini di donne (e uomini, anche se sullo sfondo) che non trovano il loro posto nel mondo. C’è chi ha parlato di manierismo, e in fondo in parte è vero: delle tre donne, Julianne Moore ripete con poco brio (nonostante il suo talento) e in maniera meno convincente il personaggio di casalinga infelice di Lontano dal Paradiso. Ma Meryl Streep è bravissima, e Nicole Kidman – nei panni “imbruttiti” di Virginia Woolf – non è solo brava, ma “diventa” il personaggio. E altrettanto toccanti sono i ritratti di uomini sofferenti disegnati da Ed Harris (il malato di Aids, da Oscar), Jeff Daniels e Stephen Dillane, che ci consegna il personaggio che preferiamo e che passa quasi inosservato. Nei panni del marito di Virginia Woolf, è un uomo che soffre per amore e per la follia della moglie, e fa trapelare un’umanità vera e commovente… Come ha detto la Kidman, che non è solo un’attrice di mostruosa bravura ma anche di rara intelligenza, è lui “l’eroe non celebrato di questo film”.,Insomma, se i film tristi non fanno per voi evitate accuratamente The Hours. Ma se non vi scandalizza guardare in faccia il dolore vissuto da uomini e donne, non solo del nostro tempo (perché il dolore è universale), correte il rischio di attraversare uno sguardo disperato e senza apparenti vie di uscita (ma com’è bella la frase di Nicole Kidman/Virginia Woolf: “Qualcuno deve morire perché gli altri apprezzino di più la vita”): troverete un film, molto bello e tristissimo, che nel peggiore dei casi vi sembrerà – com’è – un manuale di altissima recitazione.,