Paolo Sorrentino mette in scena in La grazia un immaginario presidente della Repubblica Italiana negli ultimi sei mesi del suo ultimo mandato (il cosiddetto “semestre bianco”, nel quale il Capo dello Stato perde il potere di sciogliere le Camere). Il regista napoletano, a dispetto del suo solito stile magniloquente, si concentra con discrezione sul senso di angoscia strisciante del Presidente Mariano De Santis (Toni Servillo, premiato a Venezia come miglior attore per la sua prova) mentre l’uomo, impegnato in una serie di riunioni di routine nelle varie sale del Quirinale, inizia a vedere la fine del suo mandato e non può fare a meno di paragonarlo alla fine della sua vita, specie nel ricordo dell’amata moglie, scomparsa decenni prima. Approccio un po’ insolito per Sorrentino, ma che grazie a questi momenti di crisi personale con cui De Santis si confronta, dona a tutto il film un respiro più calmo e riflessivo.

De Santis deve decidere sia sull’approvazione di una legge che legalizzerebbe l’eutanasia, sia sulle richieste di grazia di due assassini. Ma a pesare davvero su di lui, influenzando la sua passività, sono anche sono questioni più personali. Il figlio di De Santis, Riccardo (Francesco Martino), è passato dalla composizione di musica classica alla scrittura di canzoni pop, cosa che disorienta il padre; inoltre è ossessionato da una relazione che la sua defunta moglie ha avuto 40 anni prima, poiché crede che l’altro uomo sia il suo migliore amico e potenziale successore Ugo Romani (Massimo Venturiello).

La relativa sobrietà de La grazia fa risaltare ancora di più i tipici momenti barocchi dello stile di Sorrentino. In una sequenza straordinaria che evoca un senso di giudizio finale, il vetusto presidente del Portogallo arriva al Quirinale prima che scoppi un’improvvisa tempesta; Sorrentino usa il rallentatore per descrivere la pioggia e il vento che investono il pover’uomo appena sceso dall’auto, e al tempo stesso la muta reazione di De Santis all’assistere a quel che accade. Così quel che si svolge di fronte al protagonista suggerisce una premonizione sul destino che lo attende: travolto da incontrollabili eventi, destinato all’oblio. Così questo senso di crescente angoscia porta De Santis a crogiolarsi nell’apatia e nell’autocommiserazione, scaricando i suoi compiti legislativi sui suoi collaboratori, tra i quali spicca la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), che controlla ogni aspetto della sua vita (dal divieto di fumare a una triste dieta). Da legislatore il Presidente ha intrapreso azioni importantissime, ma tra la sua età, il livello di attenzione che ha ricevuto fino a questo punto della sua vita e il campo minato morale della legge sull’eutanasia, ora si ritrova in uno stato di passività. Da una parte, teme che non firmando la legge possa facilmente essere etichettato come torturatore, ma da cattolico teme che firmarla lo trasformi in un assassino, un circolo vizioso che Sorrentino usa abilmente per mostrare la responsabilità delle scelte e al tempo stesso i pericoli dell’inazione.

Il punto di forza del film risiede nella capacità di esprimere la passività del Presidente attraverso il tema del “peso” delle cose, da quelle fisiche a quelle spirituali. Durante la sua carriera, De Santis veniva soprannominato “Cemento Armato”, in quanto la sua reputazione era quella di un giurista dalle convinzioni tetragone; ora il soprannome sembra riferirsi più al peso che si carica addosso, al punto da privarsi di una vita normale. Intorno a lui amici e collaboratori gli dicono che deve alleggerirsi, Dorotea lo sta praticamente facendo morire di fame perché finalmente prenda delle decisioni; lui invece si incanta di fronte al collegamento con un astronauta che galleggia nella stazione spaziale, interrogandosi sulla bellezza di dormire senza nulla che appesantisca, neanche la gravità. Non mancano nel film di Sorrentino personaggi avvincenti in cui De Santis si rivede, dal presidente portoghese all’astronauta, dal coro degli ex alpini all’amica critica d’arte Coco Valori – una sorta di Jep Gambardella al femminile, interpretata da Milvia Marigliano – fino al suo cavallo preferito di nome Elvis, una bestia ormai allo stremo, che De Santis però non riesce a comandare che per pietà venga ucciso. Così la paralisi decisionale lo lascia in uno stato simile a quello del cavallo che giace riverso e agonizzante nel maneggio del palazzo (ecco, il pedale che l’autore – ultimo premio Oscar italiano, con La grande bellezza – spinge per sottolineare lo stato d’animo di De Santis crea momenti e dialoghi che, pur essendo comunque toccanti, possono apparire esagerati nella loro enfasi).

Volendo forse alleggerire il peso dei temi messi in campo, Sorrentino per La grazia sceglie una colonna sonora rap – abbastanza urticante alle orecchie di chi non ne è appassionato – con l’approccio di De Santis alla musica contemporanea presentato come una sorta di primo passo verso la sua partecipazione più attiva al mondo che lo circonda, ma che non nasconde la riflessione dell’autore sulla caducità delle cose. Alla domanda che Dorotea pone, incalzando il padre per convincerlo a firmare la legge sull’eutanasia, «di chi sono i nostri giorni?» Mariano De Santis non risponde. È un silenzio pesante.

Beppe Musicco

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