Si inizia con una citazione di Celine, che è tutto un programma: “Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario: ecco la sua forza, va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose: è tutto inventato”. E su questo grande nulla, dove tutto è finzione e trucco cerca di dipanarsi (a fatica) la matassa di La grande bellezza, in concorso al Festival di Cannes 2013. La grande bellezza della vita e di Roma, città affascinante e terribile di cui vediamo da subito le contraddizioni: paesaggi bellissimi e scorci orribili, monumenti eterni accanto a gente che di quel patrimonio è immemore e immeritatamente ne gode (la prima battuta è : “mi hai rotto veramente il c…”, pronunciata da un autista di pullman), la bellezza del canto di un coro di donne fuori dal tempo e la standardizzazione dei turisti giapponesi, la bellezza ammirata da uno di questi turisti e la bruttezza di una morte improvvisa. La storia, che tarda a palesarsi, è quella di Jep Gambardella (un Toni Servillo bravo come sempre ma con un personaggio meno memorabile di altre volte): un tempo scrittore di un unico romanzo di successo e ora giornalista disincantato di cronache mondane; anzi, il re dei mondani che di quelle feste è anima e artefice ma può esserne anche colui che le affossa. Feste terrificanti, tra coca, balli scatenati e lascivi, volgarità cafona più che infernale e umanità desolata e desolante, a tratti mostruosa. Il regista la osserva acuto, sconcertato e quasi affascinato (ma molto meno che per altre storie raccontate in passato). Jep, compiuti 65 anni, ci guida, con la sua voce fuori campo e la sua presenza costante, in questo universo bestiale e banale, dove tutti inseguono cose minime e senza valore e chi punta alto o è ipocrita (la ricca borghese progressista) o ridicolo (l’attrice di performance “fisiche” che, nuda, dà capocciate contro un muro…). Accanto a lui qualche altro personaggio più sincero o interessante (la direttrice nana del suo giornale, l’amico scrittore fallito interpretato da un Carlo Verdone molto misurato, la quarantenne spogliarellista disillusa altrettanto efficacemente rappresentata da Sabrina Ferilli), ma che non mutano il suo quadro. Più incisiva la notizia della morte di una donna che fu suo amore di gioventù: il ricordo del loro amore si fa tenero e pressante, e giudica di quella desolazione vissuta in seguito. Come altri fatti e incontri, che però non smuovono il quadro di fondo, pessimista e amaro. Eppure la grande bellezza rimane, come interrogativo: su Roma e soprattutto sulla vita.

Il sesto film di Paolo Sorrentino – vincitore del premio Oscar per il miglior film straniero 2013, e di tanti altri premi internazionali – è coraggiosamente ambizioso, fin dalla evidente (per quanto blandamente negata) parentela con La dolce vita di Federico Fellini. Toni Servillo, come il giornalista Marcello Rubini interpretato da Mastroianni, va in giro disincantato e amaro. Ma qui c’è una disperazione attenuata da sarcasmo, meno dirompente e anche meno efficace narrativamente. Si intuisce che quel mondo frivolo e vacuo sta stretto all’artista, che sa cogliere con acume da osservatore tanti squarci dell’esistenza e della Capitale. Il quadro di insieme che ne deriva è però poco equilibrato, vive per singoli frammenti; e quel che vuol dire Sorrentino, appunto, lo dice fin troppo tramite la voce fuori campo. Troppe cose sembrano buttate a caso e legano poco – anche per via dei numerosi tagli a un’opera che rischiava essere di lunghezza smisurata – con il resto dell’opera: il chirurgo plastico, la bambina che “dipinge”, la vecchia suora in odore di santità (e i fenicotteri sul balcone di Jep…), la performer, il cardinale maniaco di cucina, le tirate di Jep contro le ipocrisie (anche ai funerali), il ricordo di giovinezza, il debole cameo di Venditti, perfino la bella sequenza delle fotografie di un uomo che colleziona proprie immagini da quando aveva dieci anni… Senza contare che il tono surreale, tipico di Sorrentino, lascia a volte spazio a un realismo nei dialoghi che suona un po’ dissonante e poco comprensibile.

Eppure La grande bellezza conferma la grandezza da regista di Sorrentino e si fa rispettare per la serietà dell’urgenza e per le folgorazioni visive da grande artista (la visita notturna ai “più bei palazzi di Roma”), che equilibrano il dispiacere per la parziale occasione mancata del grande affresco universale. Certo, di fronte alla rappresentazione di gente disperata che si dice le peggio cose e che invece di farsi la guerra potrebbe farsi compagnia, e del ritratto di un uomo che cercando la bellezza scopre di essersi attardato nella vita in occupazioni di alcun conto, diventa a tratti frivolo quanto quel mondo concentrarsi su dettagli non all’altezza di questa (seria) disperazione (le troppe suore, troppo grottesche; la giraffa…) o su battute anche divertenti ma poco profonde (“Proust è il mio scrittore preferito, ma anche Ammaniti…”). Sarebbe servito più controllo sul materiale di partenza, elaborato insieme allo sceneggiatore Umberto Contarello, troppo debordante per non disperdere la grande intuizione, di una “vita sedimentata sotto il chiacchiericcio, tra meschinità e sprazzi di bellezza”. Ma è un film che affascina e che delude, che suggestiona e che irrita, che divide in sostenitori e detrattori come non succedeva da tempo. Con tutti i difetti, un’opera importantissima che segna un punto nel nostro cinema e che rimane.

Antonio Autieri