Scritto, prodotto, diretto e interpretato dalla star tv messicana Eugenio Derbez, Instructions not included, successo al box office nel natio Messico, è diventato una hit a sorpresa anche nel mercato statunitense, dando torto ai superciliosi critici americani e sorpassando Il labirinto del fauno come maggior incasso di lingua spagnola su territorio statunitense.

Di primo acchito, il film è di quelli di fronte a cui è facile fare gli snob: la storia, spesso inverosimile e talora semplicistica, è una rivisitazione contemporanea di stilemi da racconto d’appendice ottocentesco, con iniezioni da Tre uomini e una culla e Kramer contro Kramer. L’immaturo macho messicano messo di fronte alle responsabilità di padre si attrezza per diventarlo (e Valentin addirittura emigra a Los Angeles in cerca della mamma di Maggy) e, una volta trasformato nel più perfetto dei genitori, si vede mettere in discussione dal ritorno di una madre snaturata (ma mitizzata) che pretende i suoi diritti… A prevenire ogni possibile suggestione da commedia romantica su un possibile ritorno di fiamma tra Valentin e Julie c’è la sorprendente rivelazione riguardo il presente di lei: superata la sua fase hippy e forse anche qualche esperienza con le droghe, la donna è diventata un’avvocato di successo ed è pure lesbica… Una situazione a cui i perplessi Valentin e Maggy reagiscono con grande aplomb. Di sicuro Julie e la compagna, anche se non descritte indulgendo negli stereotipi, non sono fatte per attirare la nostra simpatia: Julie, sbrigativamente messi da parte abbandono e anni di assenza, dimostra il medesimo egoismo di tanti anni prima nel modo in cui entra nella vita della bambina e poi ne pretende l’esclusivo e immediato affidamento sulla base dell’inadeguatezza di Valentin. L’uomo, del resto, non è un papà modello secondo i canoni: fa un mestiere rischioso per quanto ben pagato (lo stuntman), dopo anni negli Usa non ha imparato l’inglese e dipende dalla figlia per le comunicazioni più complesse, la casa in cui vive con lei è una specie di enorme parco giochi, fa saltare la scuola a Maggy spesso e volentieri e la vizia in ogni modo. I due sembrano più folli compagni di giochi e avventura che padre e figlia… Tuttavia Valentin è lo stesso uomo che per evitare alla figlia il trauma dell’abbandono ha inventato storie fantasiosissime che spieghino l’assenza della madre; e per non fargliene sentire la mancanza le scrive ogni settimana una falsa lettera con le sue avventure.

La storia, che procede prendendosi i suoi tempi, a volte anche solo per indulgere in gag non sempre divertenti (Valentin che per mantenere l’affidamento della figlia abbandona il lavoro di stunt e va a fare il dog sitter ma finisce per subire più disavventure di Willy Coyote), o introducendo personaggi che sono poco più che macchiette, ha tuttavia un innegabile senso di verità quando racconta il rapporto padre-figlia. Valentin è un uomo che tutta la vita ha lottato con le sue paure (che visualizza come lupi feroci) senza mai riuscire davvero a vincerle, ma che ha imparato ad accettarle e continuare a combattere per amore di qualcuno che gli è capitato nella vita senza averlo voluto e che contro la sua volontà potrebbe essergli portato via. Un uomo pieno di debolezze e contraddizioni; un padre imperfetto, forse inadeguato, ma un padre vero.

Il finale, con colpo di scena strappalacrime, sta tutto nello stile da romanzo d’appendice che la storia persegue senza ritegno. E tuttavia non si può non apprezzare il modo in cui la pellicola racconta, senza mai vergognarsi del sentimento, un percorso umano che sfida il perbenismo e il politically correct.

Laura Cotta Ramosino