Il tentativo di Giulio Base di rileggere la figura di Giuda attraverso uno sguardo umano e non stereotipato è, sulla carta, interessante. Da sempre l’Iscariota è il simbolo “proverbiale” del tradimento; ma c’è tutto un filone di opere letterarie e anche cinematografiche (si pensi a L’ultima tentazione di Cristo, il romanzo di Nikos Kazantzakis e il successivo film di Martin Scorsese) che, poggiando anche su testi evangelici apocrifi, hanno tentato di restituirgli complessità, interrogandosi sul suo ruolo nel compimento della storia della salvezza; tentativi spesso apprezzati anche da teologi importanti.
Il Vangelo di Giuda parte proprio da qui: Giuda non come puro malvagio (anche se la profezia ricevuta dalla madre è che avrebbe partorito un diavolo), ma come figura tragica, forse persino necessaria a un disegno più grande che per altro lui dimostrerà di non aver capito. Un uomo che sbaglia non per odio, ma per un eccesso di interpretazione, convinto di comprendere il senso della missione di Gesù e invece incapace di sostenerne il mistero fino in fondo. È questa, probabilmente, l’idea più interessante dell’opera: il tradimento come errore umano, prima ancora che colpa morale; in ogni caso senza il coraggio di accettare l’eventuale perdono.
Tuttavia, a fronte di idee legittime e anche interessanti, la realizzazione cinematografica appare decisamente deficitaria se non modesta. La scelta più radicale – quella di costruire il film quasi come un’opera muta, affidando il racconto a un lungo monologo interiore di Giuda – finisce per rivelarsi il principale limite. Il flusso di coscienza, affidato nella versione italiana alla voce di Giancarlo Giannini, anziché alleggerire il racconto lo appesantisce: il film diventa paradossalmente verboso e concettoso proprio mentre rinuncia ai dialoghi. Le immagini non riescono a respirare, schiacciate da una narrazione continua che spiega, interpreta, insiste. A ciò si aggiunge una scelta di timbro vocale poco convincente: la voce di Giannini, autorevole ma inevitabilmente segnata dall’età di un pur grandissimo interprete, fatica a restituire credibilità a un personaggio molto più giovane. Anche sul piano della messa in scena emergono diverse criticità. La recitazione, volutamente stilizzata, richiama il cinema muto ma senza trovarne l’efficacia espressiva: i volti risultano spesso enfatici o, al contrario, ingenuamente inespressivi, e i personaggi faticano a raggiungere una reale tridimensionalità. In particolare, la figura di Gesù – interpretata da Vincenzo Galluzzo – appare poco carismatica, quasi smarrita in un sorriso fisso che finisce per indebolire la portata del personaggio. Mentre la scelta di non mostrare Giuda – descritto come una figura solitaria, che non ama il contatto con gli altri – se trasforma molte sequenze in una arguta soggettiva, le altre in cui lo vediamo coprirsi con un mantello sfiorano il ridicolo involontario.
La prima parte ambientata nel bordello, inoltre, introduce elementi di violenza e sensualità che appaiono più compiaciuti che necessari. L’infanzia di Giuda, segnata da abusi e vendetta, avrebbe potuto offrire un fondamento drammatico solido; ma la rappresentazione risulta insistita, talvolta gratuita, e rischia di distrarre dal percorso interiore del protagonista. Ancora più discutibile è la rappresentazione della comunità attorno a Gesù: le scene con le donne che accompagnano gli apostoli, tra allusioni sensuali e atmosfere da comune “hippy” anni 70, producono un effetto straniante, che fatica a trovare una vera giustificazione narrativa.
Resta, qua e là, qualche intuizione visiva e simbolica: l’idea del controcampo tra le due morti, quella di Cristo e quella di Giuda; il tentativo di raccontare la Passione dal punto di vista di chi cade; la riflessione sul libero arbitrio e sul limite umano nel comprendere il disegno divino. Ma sono spunti che non riescono a trovare una forma cinematografica adeguata. Il risultato è un film ambizioso ma irrisolto, che interroga temi profondi senza riuscire a tradurli in un linguaggio altrettanto efficace. L’intenzione è seria, lo sforzo culturale evidente (Base ha dichiarato di essersi preparato a lungo per questo lavoro, che ha suscitato l’interesse di figure come Padre Antonio Spadaro di Civiltà Cattolica), ma la distanza tra idee e realizzazione resta significativa.
Per questo, pur riconoscendone le premesse e alcune idee di fondo, non ci sentiamo di consigliare la visione di Il Vangelo di Giuda: non tanto per le libertà interpretative – legittime – quanto per una messa in scena che finisce per appesantire, invece che illuminare, il cuore della storia.
Antonio Autieri
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