Il filo del ricatto inizia subito pigiando sul pedale dell’acceleratore: un imprenditore fallito, Tony Kiritsis (Bill Skarsgård), prende in ostaggio il direttore di una società finanziaria, Richard Hall (Dacre Montgomery), chiedendo scuse pubbliche e cinque milioni di dollari di risarcimento dalla società da cui sostiene di essere stato imbrogliato. Tony ha piazzato un fucile da caccia alla base del cranio di Richard che sparerà se il cappio di filo metallico intorno al suo collo verrà tirato. Tony e Richard trascorreranno la maggior parte del film attaccati l’uno all’altro, sudando, contorcendosi, lottando, ansimando.
L’assurdità del piano di Tony è solo un dettaglio in questo thriller mozzafiato (che non manca di satira sul mondo degli affari americano), basato sull’assedio di 63 ore di Kiritsis da parte della polizia nel 1977, ma che sa gestire anche quel particolare tocco che distingue Gus Van Sant come regista. Il filo del ricatto è un’interpretazione acuta e bizzarra degli spettacoli in tempo reale su crimine e giustizia.
L’audace rapimento di Tony attira rapidamente l’attenzione di tutta la città (Indianapolis), coinvolgendo il suo amico detective Michael Grable (Cary Elwes), suo fratello Jimmy Kiritsis (Daniel R. Hill), l’ambiziosa giovane reporter Linda Page (Myha’la) e il popolare DJ radiofonico Fred Temple (Colman Domingo). A ogni passo, i media si affollano sui luoghi di questo incidente, manipolando le azioni di Tony per adattarle alle narrazioni più adatte al pubblico. Alcuni lo dipingono come un delinquente avido, altri lo considerano quasi un eroe del popolo. Tony, che si è portato Richard nel suo appartamento (sempre attaccato a sé e al fucile), ha accesso quasi costante a queste interpretazioni, che a volte accarezzano e a volte vanno giù pesanti sul suo ego in continua crescita.
All’inizio, la grande battaglia di Tony contro la finanziaria viene dipinta come una lotta per la giustizia tra Davide e Golia; decenni di storie poliziesche che descrivono criminali che agiscono per disperazione ci hanno abituato a identificarci istintivamente con la persona che impugna la pistola e Van Sant gioca consapevolmente su queste simpatie condizionate, trascinandoci nella crociata di Tony, prima di svelare lo stato della sua psiche. Una svolta cruciale avviene quando Tony riesce finalmente a parlare al telefono con M.L. (Al Pacino), il padre di Richard e padrone della finanziaria. M.L., in vacanza in Florida, si rifiuta di scusarsi con Tony, sostenendo che qualcuno che vuole fare soldi senza avere bocche da sfamare non è un vero uomo. «I miei affari sono i miei figli» è la replica di Tony, un tormentone che riformula le sue ambizioni e sottolinea un celibato che sembra nascondere un’omosessualità latente. Pur non essendo strutturalmente audace come Da morire, il suo predecessore tematico nella filmografia di Van Sant, Il filo del ricatto è costruito su sottili particolari che arricchiscono le sue modalità di presentazione: fermi immagine e materiali d’archivio che ricordano allo spettatore che le cronache vengono scritte in tempo reale, mentre la storia si svolge.
Tony è una figura la cui rettitudine maschera un’avidità più profonda e fin troppo umana; più che il desiderio di ricchezza personale che emerge da una vita di povertà, Tony è ossessionato dalla sua immagine. Sottolinea continuamente che le scuse di M.L. sono la parte più importante dell’accordo. Nella sequenza culminante, legge un estratto di una dichiarazione preparata per spiegare il suo gesto. Diventa chiaro che tutta questa dura prova è stata un tentativo di dare una grande immagine di sé su un palcoscenico pubblico. Mentre la scena va in onda, le immagini saltano dalla storia di Tony a un altro canale televisivo, dove si vede John Wayne vincere un premio, accolto da un fragoroso applauso.
Beppe Musicco
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