Altre nuove recensioni dai nostri inviati al Lido di Venezia: in concorso Company di Casey Affleck e Bunker di Florian Zeller (con l’ottima coppia formata da Javier Bardem e Penelope Cruz), fuori concorso il divertente e coinvolgente Arrested Memory del giapponese Sabu e in orizzonti il belga Un détour par Diane, diretto da Ann Sirot e Raphaël Balboni.
Company
«Entra – lei disse – ti darò riparo dalla tempesta», canta Bob Dylan in “Shelter from the Storm”, canzone dell’album “Blood on the Tracks”, un brano famosissimo che parla di amore e salvezza. Questo il tema dichiarato anche da Casey Affleck (vincitore dell’Oscar come miglior attore per la sua interpretazione in Manchester by the Sea), per il film Company (in gara a Venezia), in cui la canzone si può ascoltare proprio all’inizio del film. Realizzato con un budget ridottissimo e con l’aiuto di amici e familiari, questo film è senza dubbio un’opera nata dalla passione dichiarata di Affleck per la sua storia e la sua terra. È un’opera ridotta all’essenziale, scarna e segnata da un grande amore per la narrazione, per l’invenzione di storie: il film si muove a ritroso nel tempo con ogni nuova storia fino all’inizio del XVIII secolo, senza mai abbandonare la sua ambientazione.
La storia inizia con un ritrovo serale nell’inverno del 1975, interrotto dall’arrivo di una sconosciuta. Fuori piove a dirotto e la giovane donna presumibilmente sta cercando una famiglia che non ha mai vissuto lì, o se ci ha vissuto, è stato moltissimo tempo fa. Viene invitata a entrare per riscaldarsi e, mentre le persone si riuniscono intorno a lei in salotto, inizia a raccontare una storia: la storia di un anziano, interpretato da Nick Nolte, che nel 1953 salvò una donna dal congelamento e la ospitò nella sua baita. A sua volta, la donna nella baita racconta una storia del passato, di una coppia di contadini che trova un giovane senza vita nella neve e lo porta dentro casa per riscaldarlo. Poiché circolano storie sinistre su un presunto mostro, uno che uccide le mucche e lascia le persone dissanguate con il cuore strappato, il contadino offre al ragazzo un lavoro: badare alla sua mandria di notte. Le singole storie sono coordinate e interdipendenti, mentre il film salta tra diverse epoche, ma ritorna sempre alla coppia sposata e al misterioso giovane, dove si svolgeranno eventi che necessariamente collegheranno tutte le narrazioni fin lì abbozzate.
Casey Affleck ha popolato il suo film con membri della sua famiglia e amici intimi: la sua compagna Caylee Cowan appare nei panni della giovane assiderata, i suoi genitori recitano durante la cena; poi ci sono i suoi figli Atticus e Indiana, che interpretano ruoli chiave, soprattutto Atticus nei panni del misterioso giovane straniero nell’episodio con la coppia di agricoltori. La ricerca del lirismo però porta la storia a derive discutibili. Così Company segue la stessa linea con un terzo atto ricco di rivelazioni folli, che trasformano il film in una sorta di remake di storie di vampiri, che poco hanno a che fare con le sbandierate dichiarazioni programmatiche del regista.
Beppe Musicco
Bunker
Miguel, un architetto londinese di successo, prende in considerazione la prestigiosa offerta di costruire un bunker per un miliardario del tech. Il progetto spinge sua moglie, Sofia, a mettere in discussione la loro relazione che dura da 17 anni, mentre i due vengono trascinati sempre più a fondo in una quotidianità fatta di paranoia e paura.
«Nessun uomo è un’isola», recitava John Donne nel suo Devotions Upon Emergent Occasions del 1624. Si può ancora ritenere valida un’affermazione di questa portata in un mondo dove l’isolamento e la necessità di auto-preservarsi sembrano avere la meglio su qualsiasi sentimento di solidarietà e comprensione dell’altro? Su questo perno tematico ruota il nuovo film di Florian Zeller, che dopo aver analizzato complessità e schizofrenie delle relazioni famigliari in The Father e The Son, si presenta nuovamente in concorso alla Mostra del Cinema con una storia che ragiona in modo stratificato e originale sul concetto di apertura\chiusura di una micro-società – quella della famiglia e dei suoi componenti – al mondo esterno e alle potenziali minacce od opportunità che questo può riservare.
Quando a Miguel viene proposto di costruire un bunker per un magnate del tech, la prima domanda che si pone è: cosa sa quest’uomo potentissimo sulle sorti del nostro futuro che noi non sappiamo? Cosa ci sarà lì fuori, da qui a qualche anno, di così minaccioso da doversi rintanare sottoterra in un rifugio inespugnabile? Una domanda allo stesso tempo inquietante e affascinante, che porta Miguel (un ottimo Javier Bardem) a mettere in discussione le fondamenta stesse del proprio stile di vita; e se il primo a vederne gli effetti è il suo burbero vicino di casa, che vorrebbe aprire una finestra sul suo giardino per avere della luce in più nel proprio garage, presto sarà la sua stessa famiglia a subire le conseguenze di un atteggiamento sempre più paranoico e sospettoso. Una scrittura solida e ben ritmata permette a Bunker di reggere le su due ore di durata, grazie anche all’ottima interpretazione di Penelope Cruz, qui nei panni di Sofia, compagna di vita di Miguel da 17 anni, che assiste inevitabilmente alla trasformazione di suo marito in un uomo con il quale parrebbe non avere più nulla da condividere. La chiusura di tutto il racconto è in pieno stile thriller, perfettamente in linea con le premesse della vicenda e capace di portare lo spettatore verso una domanda oggi urgente sul piano esistenziale, sociale, persino politico: come si può vivere un’esistenza in cui dinamiche, situazioni e soggetti a te estranei sono rappresentazione del nemico?
Letizia Cilea
Arrested Memory

Il regista giapponese Sabu dirige questo film divertente che gioca sui cliché di genere del cinema orientale
Con Arrested Memory, il regista giapponese Sabu porta a Venezia (sezione Open – Fuori concorso) una piacevole sorpresa. A metà tra un thriller d’azione e una spassosa commedia degli equivoci, il film gioca sui cliché di genere del cinema orientale, ma inserisce la storia in un racconto originale, esteticamente affascinante, dove i continui cambi di tono e registro non inficiano il risultato finale. Protagonista è Lee, un ispettore affetto da demenza senile che, dopo una missione sotto copertura andata male, è afflitto dai sensi di colpa per aver accidentalmente causato la morte di tutti i membri della sua squadra. Tornato in servizio, l’ispettore si ritrova a indagare sul rapimento del bambino di un ricco uomo d’affari. Compito arduo proprio perché l’amnesia di cui soffre, e che tende a ignorare, rappresenta il primo vero ostacolo da superare.
Impossibilitato a ricordare le informazioni e la sua principale missione, Lee diviene il protagonista di un surreale mistery on the road, vagando da un luogo all’altro di Taiwan, braccato sia dalla polizia che dai criminali. In questa folle notte incrocia bande di criminali incompetenti, terribili yakuza, fanciulle con tendenze suicide; e supera continui incidenti di percorso che tuttavia, grazie anche all’istinto di sopravvivenza e a un pizzico di fortuna mista a ingegno, lo portano sempre nella giusta direzione. Intorno a lui si muovono personaggi spassosi e volutamente sopra le righe: i ricchi genitori del bambino scomparso, un eccentrico tossicodipendente che si improvvisa poliziotto, dimostrando di avere competenze e un approccio curioso molto più illuminante di quello delle forze dell’ordine, una governante bilingue e poliziotti fin troppo ingessati e permalosi.
Il film è pieno di equivoci, situazioni paradossali appositamente create per generare continui malintesi – come lo scontro in hotel totalmente infondato e basato su pure supposizioni – e momenti geniali e spassosi – come la scena con lo smartphone o quella nella quale la governante immagina di dover comprare della metanfetamina. La regia, la fotografia, l’uso di colori vivaci come il rosso, il verde e il giallo sono utili a sottolineare la difficoltà dell’ispettore e il suo stato emotivo e mentale, continuamente esplicitato anche attraverso il ricorso ai flashback e alle allucinazioni.
Il risultato è un film ironico e coinvolgente, una brillante parodia della società attuale che, attraverso un mix di suspense e comicità, azione adrenalinica e romanticismo, suscita una riflessione sui tempi odierni, sul rimpianto causato dalla malattia e sulla difficoltà a riconoscere i propri limiti e ricominciare. Seppur con una narrazione non sempre coerente, che ogni tanto vacilla perdendo efficacia e risultando meno avvincente, la storia funziona e risulta in ogni caso credibile. Lee è un personaggio malinconico, segnato dal peso della perdita e alle prese con una malattia debilitante, un personaggio genuino al quale ti affezioni e per il quale ti trovi inevitabilmente a fare il tifo. Ed è il vero cuore di un film che intrattiene e diverte proprio perché non si prende mai troppo serio. Bilanciando emozioni sincere e umorismo demenziale, il film ci fa tirare un sospiro di sollievo e ci ricorda che in fondo il cinema serve anche a questo: prendersi del tempo per divertirsi, lasciandosi travolgere da una spensierata comicità e da un’esperienza cinematografica riuscita e soddisfacente.
Marianna Ninni
Un détour par Diane

Un détour par Diane, diretto da Ann Sirot e Raphaël Balboni, coniugi francesi da anni attivi nel cinema belga
Mentre tutti i riflettori sono puntati sul Concorso principale, anche quest’anno alla Mostra del Cinema di Venezia alcuni dei film più preziosi e intriganti si nascondono nelle sezioni collaterali del festival. È questo il caso di Un détour par Diane, il film diretto da Ann Sirot e Raphaël Balboni, coniugi francesi da anni attivi nel cinema belga (La folle vita, La sindrome degli amori passati), questa volta in concorso nella sezione Orizzonti.
Road-movie bizzarro dai toni tragicomici, Un détour par Diane è una riflessione al contempo tenera e pungente sulla violenza di genere, sui traumi intergenerazionali e sui legami familiari, calata in un’insolita – ma perfettamente calzante – atmosfera western.
Per Diane (Ninon Borsei), ventottenne impertinente e intransigente, ogni aspetto della vita sembra essere un duello: intraprende una lotta quotidiana con gli uomini, dai quale è attratta, ma solo a patto che non mettano in discussione le sue regole; è poi in continuo conflitto con se stessa perché non riesce a dare una direzione alla propria vita, per non parlare del rapporto con i genitori, caratterizzato da un eterno scontro dovuto alle aspettative che le vengono imposte.
È proprio durante uno dei regolari scontri tra le due (interpretata splendidamente da Sandrine Blanck) che emerge un’antica verità su una violenza subita dalla madre nel periodo della sua giovinezza. Questa nuova consapevolezza stravolge la prospettiva di Diane sulla vita e sulle relazioni; e mentre la sua rabbia verso un torto rimasto non vendicato continua a montare, la ragazza cerca di carpire maggiori informazioni sull’evento, sulle dinamiche e su suoi protagonisti. Raggiunto l’apice della sua frustrazione, la madre decide infine di rivelarle il nome del colpevole, ormai defunto. Ma per Diane non è abbastanza: inizia infatti proprio qui il suo personale viaggio di vendetta per la madre e, inevitabilmente, di ricerca di sé stessa.
Sfuggendo alle classiche rappresentazioni della vendetta per un torto subito, Un détour par Diane sorprende proprio per la sua capacità di trasformare la rabbia in qualcosa di costruttivo, in una proposta positiva di vita che può nascere solo dalla condivisione di un racconto di violenza e dalla sua conseguente metabolizzazione; il film belga parte dal particolare della vicenda narrata per raccontare l’universale e, nel farlo, avvia un discorso di confronto generazionale sulla percezione della violenza: se per la madre la violenza è una vergogna da nascondere e dimenticare, per Diane – figlia del #metoo – l’unico obbligo è quello di denunciare ed esporre il molestatore. Il grande merito del film sta nell’essere riuscito a trovare un punto di incontro e di sintesi tra queste due modalità di percezione, senza alcuna polarizzazione, ma con tenerezza, amore e ironia.
Martina Bazzanella
Nella foto grande: un fotogramma da Company, terzo film diretto da Casey Affleck
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