A un certo punto di Rental Family – Nelle vite degli altri, un padre e una figlia visitano un museo d’arte digitale a Tokyo, con stanze decorate dal pavimento al soffitto con proiezioni in forma di animali. L’undicenne Mia (Shannon Gorman), come spesso fanno i bambini di una certa età, deride la falsità dell’ambiente circostante. Suo padre – o meglio, l’attore in difficoltà Philip (Brendan Fraser), che è stato ingaggiato per interpretarlo – risponde: «A volte fingere va bene». Philip era arrivato in Giappone sette anni prima per interpretare uno spot pubblicitario di un dentifricio, ma la sua nuova vita non gli offriva reali prospettive di carriera. Un giorno il suo agente lo manda di corsa dall’altra parte della città per interpretare la parte di un “americano triste”, e finisce per recitare la parte di un dolente a un funerale a bara aperta. Mentre una donna piange per il suo amore perduto, il defunto si siede improvvisamente nella bara, commosso fino alle lacrime dalla finta esibizione di devozione romantica di questo finto lutto. Mentre gli ospiti escono, l’uomo ringrazia l’organizzatore, proclamando di sentirsi finalmente degno di vivere. Il finto funerale è uno dei tanti servizi offerti da “Rental Family”, una società che impiega attori per mettere in scena incontri elaborati – e persino intere relazioni – per la propria clientela. Evidenziando come il Giappone stigmatizzi il disagio psicologico, il fondatore dell’azienda, Shinji (Hira Takehiro), insiste sul come questo lavoro affronti le ansie esistenziali nella vita delle persone e potrebbe a sua volta soddisfare una vocazione più elevata per Philip (ma ammette anche che – molto banalmente – nel loro cast hanno bisogno anche di un bianco). Nel film vediamo i dipendenti di Rental Family cimentarsi in una vasta gamma di controfigure interpersonali. Philip interpreta lo sposo a un matrimonio che copre in realtà una fuga d’amore omosessuale, e offre a un fanatico solitario di videogiochi un po’ di tempo da amico. Altrove, Shinji rimprovera crudelmente un dirigente corrotto e la collega Aiko (Yamamoto Mari) assume numerosi ruoli da amante pentita, scusandosi con le casalinghe che hanno scoperto i mariti infedeli.

Due sono comunque le tracce principali: Philip (per conto della figlia che teme la depressione del padre) interpreta un giornalista cinematografico che deve intervistare un anziano attore (Emoto Akira) per scrivere una biografia su di lui; e quindi interpreta il padre della piccola Mia, la cui madre ha bisogno di una controfigura per far entrare la figlia in una prestigiosa scuola privata che discrimina i genitori single. Il primo mostra a Philip le ricadute emotive di una carriera di attore di successo (da bambino, la figlia dell’attore lo conosceva solo come “l’uomo sullo schermo”), mentre il secondo offre a Philip, cresciuto senza padre, la possibilità di essere presente per una figlia similmente abbandonata. È un’impostazione che viene sfruttata per tutto il suo potenziale umorismo e pathos, e l’introduzione del pubblico all’ambiente del personaggio è completata da ampie inquadrature delle trafficate strade di Tokyo, montaggi di pedoni e primi piani di passanti in cosplay. Philip è definito dalle sue fragilità maschili e da una vita di tragedie quotidiane, ma gli scorci che abbiamo degli altri personaggi suggeriscono possibili nuovi intrecci nel suo viaggio alla scoperta di sé.

Beppe Musicco

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