Per raccontare le danze degli incontri e degli incroci amorosi il regista Francesco Lagi ha preso come spunto e narratore il poeta romano Ovidio, autore delle “Metamorfosi”, del poema erotico “Ars amatoria” e di altre opere sull’amore. In apertura del film Ovidio (Francesco Colella) passeggia vestito come un romano contemporaneo tra i Fori della città di oggi, e spiega che “l’amore non si ferma mai, attraversa tutti”, fin dalla nascita di Cupido (Eros per i Greci), il dio dell’amore che nacque dal tradimento di Venere, sposa di Vulcano, con il dio Marte.

Più che di amore, il film è una sequela di inganni e tradimenti, che coinvolgono tutti gli otto protagonisti in una narrazione circolare. Si parte dalla giornalista Ada (Isabella Ragonese) che scopre di essere incinta, ma non del marito Filippo (Vinicio Marchioni), che insegna all’Accademia di Belle Arti e di cui si innamora la studentessa Silvia (Chiara Ferrara), che però si sentirà attratta dalla cardiochirurga Arianna (Anna Bellato), che dopo 16 anni di convivenza e una figlia in comune, sente di non amare più la psicanalista Ester (Vanessa Scalera), il cui paziente Jacopo (Enrico Borello), conducente di autobus con qualche problema psichico, continua a perseguitare la sua ex Linda (Benedetta Cimatti), maestra di scuola primaria, che però ora ha iniziato una relazione con Pietro (Corrado Fortuna), che suona le percussioni nell’orchestra dell’Opera di Roma ed è un ex compagno di scuola della di cui sopra Ada, con la quale è occasionalmente ha avuto una relazione…

Probabilmente ispirato a La Ronde – La giostra dell’amore (film di Max Ophuls del 1950 sceneggiato da Arthur Schnitzler), Il Dio dell’amore è veramente una giostra di rapporti dettati dall’istintività, dalle nevrosi e dalle pulsioni erotiche più che dal sentimento. Sembra che i personaggi si muovano e si comportino come impossibilitati a usare un minimo di ragione: basta uno sguardo, un sorriso o un broncio, per dare il via a un’infatuazione che crea un nuovo passaggio e un cambio di coppia. Naturalmente senza che nella storia nessuno si faccia male o sembri soffrire più di tanto; anche la giovane Silvia, truffata da un affascinante corteggiatore trovato con una app di dating, scopre subito un’altra anima con cui consolarsi. Al massimo un po’ di broncio, della durata di una manciata di secondi.

Ed è un peccato, perché un cast del genere (tutti bravissimi senza eccezioni) avrebbe meritato di più, in una delle direzioni: un approfondimento del lato drammatico, che avrebbe dato più corpo alla storia, o un tono leggero, da commedia romantica (le situazioni umoristiche c’erano già, ma si perdono rapidamente). Qui invece dobbiamo sopportare l’Ovidio narratore che ogni due per tre arriva col suo spiegone, e una didascalica suddivisione in stagioni che fa sembrare un già lungo film ancora più interminabile.

Beppe Musicco

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