La Notte degli Oscar 2026, che si è svolta a Los Angeles il 15 marzo, ha avuto un trionfatore: Paul Thomas Anderson con Una battaglia dopo l’altra, miglior film dell’anno e miglior regia, a coronamento di una carriera a lungo apprezzata ma mai premiata fino in fondo dall’Academy. Il suo è un successo pieno: ben 6 statuette (film e regia – categorie dove in passato era stato nominato già per tre film, invano – ma anche sceneggiatura non originale, montaggio, casting e attore non protagonista a Sean Penn, che non ha ritirato il premio perché in “missione” in Ucraina), che certificano la forza di un’opera capace di coniugare visione autoriale e respiro spettacolare. Un successo meritato per il regista californiano, considerato dalla critica come uno dei più grandi del cinema vivente, noto per il suo stile visionario e la capacità di esplorare le complessità della società (soprattutto americana).
Ma la vittoria di Una battaglia dopo l’altra non è certo un risarcimento per le 11 nomination raccolte inutilmente in carriera, per le sconfitte di Un petroliere o Il filo nascosto, o per la sottovalutazione di alcuni suoi film che, nella prima parte della carriera, piacevano più ai festival europei che all’Academy (pensiamo a Magnolia, Ubriaco d’amore o The Master, quando ancora le sue produzioni erano ai margini delle grandi produzioni hollywoodiane). La vittoria agli Oscar di quest’anno premia invece la complessità di un’opera prodotta con grandi mezzi da una major fondamentale come Warner Bros. (e arrivata nei cinema proprio mentre essa era al centro di una furibonda contesa per la sua vendita tra Netflix e Paramount, che alla fine ha ribaltato le previsioni e l’ha spuntata), al centro quindi del sistema americano e che pure è fortemente politica e anche critica verso il modello americano impersonato nella figura del colonnello suprematista bianco e sintetizzato nelle politiche anti immigrati, pur senza santificare – anzi – i due coniugi terroristi impersonati da Leonardo Di Caprio (anche stavolta defraudato di un premio meritatissimo) e Teyana Taylor; ma è anche un film su un tema caldo in questi anni, ovvero la paternità e il rapporto tra un padre e una figlia. Anderson ancora una volta è uno di quei pochi giganti (della sua generazione ci viene in mente solo , al pari di Christopher Nolan) che, nel solco di grandi “vecchi” come Eastwood, Scorsese e Spielberg, sa confortarci sulla potenzialità e attualità del Cinema, mezzo espressivo che – pur tra mille problemi e crisi – troppi si affannano a dare per morto.
Sorprendente ma anch’esso rilevante è il risultato di I peccatori di Ryan Coogler, vero rivale della vigilia: partito con lo storico record assoluto di candidature (16, troppe), porta a casa 4 premi importanti, ovvero sceneggiatura originale (il premio meno convincente), miglior attore protagonista a Michael B. Jordan, colonna sonora a Ludwig Göransson e fotografia ad Autumn Durald Arkapaw. Un risultato che conferma l’impatto del film, capace di unire racconto di genere e riflessione storica, pur compiaciuto sul versante “estetica della violenza” e dal desiderio di stupire (per come mescola con spregiudicatezza il dramma storico della segregazione dei neri al filone “vampiresco”): non si può negare il sottotesto metaforico dell’opera e l’entusiasmo “black” suscitato in patria, ma può anche essere legittimo rimanere perplessi o non del tutto convinti.
Tra i premi attoriali, spicca la vittoria di Jessie Buckley per Hamnet, riconoscimento coerente per un’interpretazione intensissima, capace di dare corpo a una donna segnata da uno straziante dolore da cui il coniuge William Shakespeare prenderà ispirazione per la sua opera teatrale più famosa. Sul versante dei non protagonisti, oltre a Penn, si segnala Amy Madigan premiata per Weapons (forse uno dei premi meno convincenti, pensando per esempio alle due non protagoniste nominate per Sentimental Value).
Significative anche la vittoria della miglior canzone originale con “Golden” da KPop Demon Hunters e soprattutto il premio come miglior film d’animazione: pur essendo un prodotto totalmente made in USA (dalla Sony Pictures), il film sdogana anche sul palco degli Oscar il fenomeno della musica pop coreana e, come scriveva Laura Cotta Ramosino nella recensione pubblicata sul nostro sito, «pesca a piene mani, fin dal titolo, in quella cultura e la ripropone in modo egregio per la platea mondiale». Oltre al fatto di battere la Disney sul suo campo da gioco preferito – fatto mai scontato – ci sembra una testimonianza perfetta di un’industria dell’intrattenimento sempre più attenta alla contaminazione globale.
Infine, il premio per il miglior film straniero è stato invece assegnato a Sentimental Value di Joachim Trier, un capolavoro di sensibilità di sguardo sul tema delle relazioni familiari e del perdono nella storia di un padre e una figlia che non si capiscono e non riescono a comunicare nonostante il tentativo in grave ritardo dell’uomo, grande regista ormai anziano in cerca di rilancio, grazie proprio al cinema. In una cinquina di questo premio in cui era quasi impossibile sbagliare la scelta (c’erano anche il notevole brasiliano L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, il magnifico e dolorosissimo La voce di Hind Rajab della tunisina Kawthar ibn Haniyya su una bambina intrappolata in un’auto a Gaza e il potente Un semplice incidente del dissidente iraniano Jafar Panahi; unica opera per noi indigesta, lo spagnolo Sirat, pur potente dal punto di vista visivo), il film di Trier era anche il più internazionale e universale. Per questo motivo ha compiuto l’impresa, per un film norvegese, di avere ben 9 nomination (anche miglior film in assoluto, regia, sceneggiatura, montaggio e tutti e quattro gli attori principali, con i meravigliosi Stellan Skarsgård e Renate Reinsve nei ruoli del padre e della figlia) entrando da protagonista nel tempio di Hollywood. Meritava di più, probabilmente, pensando agli attori e alla sceneggiatura (se pensiamo soprattutto a quella sarabanda violenta e “vampiresca” de I peccatori).
In ogni caso, Sentimental Value è un’opera che rilancia le capacità del cinema di toccare i nodi aggrovigliati e le ferite che spesso le persone si portano dalle esperienze e dagli affetti umani elementari: sembra niente e invece, se lo vedrete, capirete come sia prodigioso il senso di verità di certe parole, certi sguardi, certi silenzi. Se non si fosse capito, per chi scrive, è il film del cuore di questa stagione dei premi.
Antonio Autieri
Tutti i premi della 98ª edizione degli Oscar 2026
- Miglior film: Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson
- Miglior regia: Paul Thomas Anderson – Una battaglia dopo l’altra
- Miglior attore protagonista: Michael B. Jordan – I peccatori
- Miglior attrice protagonista: Jessie Buckley – Hamnet
- Miglior attore non protagonista: Sean Penn – Una battaglia dopo l’altra
- Miglior attrice non protagonista: Amy Madigan – Weapons
- Miglior sceneggiatura originale: I peccatori
- Miglior sceneggiatura non originale: Una battaglia dopo l’altra
- Miglior film internazionale: Sentimental Value
- Miglior film d’animazione: KPop Demon Hunters
- Miglior colonna sonora: I peccatori
- Miglior canzone originale: “Golden” – KPop Demon Hunters
- Miglior fotografia: I peccatori
- Miglior scenografia: Frankenstein
- Migliori costumi: Frankenstein
- Miglior trucco e acconciatura: Frankenstein
- Miglior sonoro: F1 – Il film
- Migliori effetti visivi: Avatar: Fuoco e Cenere
- Miglior montaggio: Una battaglia dopo l’altra
- Miglior documentario: Nobody Against Putin di David Borenstein