Uscito negli Stati Uniti e subito dopo presentato al Festival di Venezia dell’estate 2006, Il diavolo veste Prada ha suscitato immediatamente lo scalpore che ci si aspettava da un film che ha come argomento il mondo della moda (raramente esplorato dal cinema, recentemente solo da Pret-à-porter di Altman). Soprattutto perché sia il libro da cui è tratto che il film, se la prendono abbastanza severamente con la direttrice di una immaginaria rivista di moda americana, che tutti hanno subito identificato in Anna Wintour, vero e potentissimo direttore di Vogue America, in grado esaltare o stroncare la fama degli stilisti di mezzo mondo.

La commedia è spesso divertente, grazie a certi cliché tipici del fashion-system (ragazze magre e affamate al punto di essere sempre sul punto di svenire, stilisti dall’omosessualità raffinata, grandi esibizioni di vestiti e accessori), ma soprattutto per la forte caratterizzazione dei suoi protagonisti: la “diabolica” Meryl Streep, pronta a strapazzare chiunque le capiti a tiro, la ruspante Anne Hathaway, che dopo i primi goffi tentativi capirà benissimo come muoversi in un mondo dove tutti le sembrano pazzi, il sussiegoso creativo Stanley Tucci (a quando in un ruolo da protagonista tutto per lui?), l’assistente in perenne crisi di nervi Emily Blunt, più camei vari di volti noti, come Valentino, Heidi Klum, eccetera. Al di là del fatto che il film, più che una trama, è un succedersi di quadretti sul rapido ambientarsi della protagonista fino a divenire una professionista in grado di sguazzare in un mondo tanto appariscente quanto difficile, la cosa che non tutti colgono è proprio del personaggio della “diabolica” direttrice: Miranda Priestley (alias Anna Wintour, alias Meryl Streep) è un capo odioso fin che si vuole, capriccioso e dispotico (anche se drammaticamente umano in certi momenti); ma sa certamente come tirare fuori il meglio da ognuno dei suoi collaboratori e, a suo modo, anche capace di riconoscerne i meriti. Le sue richieste impossibili (un volo da trovare mentre infuria la tempesta, le bozze del libro di Harry Potter che deve essere ancora editato, un’infinita teoria di arzigogolati caffè a tutte le ore, e così via), sono volutamente selettive: come Stanley Tucci ricorda alla giovane neoassunta, che già si lamenta per i rimproveri ma al tempo stesso si ritiene “superiore” a quell’ambiente, “milioni di ragazze ucciderebbero per quel posto di assistente”. Quindi, se vuole tenerlo, deve meritarselo, oppure avanti un’altra.

Per quanto discutibile possa sembrare, il messaggio più interessante del film è: se fai un lavoro, qualunque esso sia, devi farlo al massimo livello, anche e soprattutto se costa tempo e fatica, e indipendentemente dal fatto che il tuo capo sia o meno una carogna; la prima ricompensa sarà proprio la coscienza di aver fatto un gran lavoro, e il riconoscimento prima o poi arriverà. La vita non è tutta rose e fiori, sembra ricordarci la Streep, e sul lavoro è meglio capirlo subito.

Beppe Musicco