Enzo ha 16 anni e vive con la famiglia in una lussuosa villa con piscina affacciata sul mare a La Ciotat, nel Sud della Francia. È cresciuto nel benessere, nell’agio e tra le aspettative affettuose, ma pressanti, dei genitori: una madre affettuosa e sempre comprensiva, un padre che crede molto in lui e gli sta troppo addosso. Mentre il fratello maggiore Victor incarna il modello dello studente brillante destinato a una carriera prestigiosa, Enzo abbandona la scuola e si fa assumere come apprendista muratore in un cantiere: un gesto di ribellione ma anche il tentativo di trovare un proprio posto in un mondo che sente ostile e falso. Al padre, che insiste sul suo diritto a un futuro migliore dicendo «hai diritto di puntare più in alto», lui ribatte: «Io preferisco puntare più in basso», a sottolineare non solo il rifiuto del modello proposto dai genitori, ma anche la volontà di trovare una strada personale.

Enzo – film che ha aperto nel 2025 la Quinzaine des cinéastes, la principale sezione parallela del Festival di Cannes – porta con sé la doppia anima della sua genesi. Lo doveva dirigere Laurent Cantet (dopo un inizio di carriera da documentarista, esplose all’attenzione della critica con film di grande attenzione alle dinamiche sociali e del mondo del lavoro come Risorse umane, A tempo pieno e La classe) che ne aveva ideato soggetto e sceneggiatura. Invece, ormai molto malato, al momento di girarlo ha lasciato il progetto prima di morire al collega Robin Campillo (autore di 120 battiti al minuto ma prima anche montatore di vari film di Cantet) che ha impresso invece il suo tocco più melodrammatico.

Ne risulta un’opera di una certa forza visiva ed emotiva – la fotografia calda del Sud della Francia che contrasta con l’inquietudine interiore del protagonista, la delicatezza dei silenzi, lo spazio dato agli sguardi e ai gesti – ma anche con alcuni squilibri narrativi. I dialoghi non sempre convincono, alcune svolte appaiono forzate, e l’intreccio sembra accumulare troppi temi (il conflitto generazionale, la questione sociale, l’identità sessuale, la guerra in Ucraina) senza riuscire a svilupparli in profondità. In un confronto tra padre e figlio emerge la chiave del dramma: «Non mi piace come ci guardi. Me ne accorgo del tuo disprezzo», dice il genitore, ricevendo solo silenzi o gesti autolesionisti come risposta da un ragazzo che in realtà si sente estraneo a tutto. Poteva bastare come architrave della sceneggiatura (poi firmata anche la sceneggiatura è firmata, oltre che da Cantet, da Campillo e da Gilles Marchand), che invece accumula altri temi forti – come la svolta sentimentale del rapporto di lavoro tra Enzo, che sul cantiere ne combina non poche, e il muratore ucraino Vlad, che invidia la famiglia affettuosa di Enzo e a sua volta è incerto se tornare a casa a combattere i russi – senza mai approfondirne uno.

Il film resta comunque suggestivo. Eloy Pohu dà vita a un adolescente spaesato e credibile, Pierfrancesco Favino tratteggia con finezza, in un perfetto francese (da preferire senz’altro la visione originale), un padre incapace di farsi comprendere ma sincero nello sforzo di avvicinarsi al figlio, e Elodie Bouchez – che si fece notare giovanissima in L’età acerba e poi in La vita sognata degli angeli – porta in scena una madre tanto “innamorata” del proprio figlio da sottovalutare i drammi che covano in lui. Sul futuro del figlio i due genitori la vedono in modo diverso. «Un ragazzino di 16 anni annega davanti ai nostri occhi e noi lo lasciamo fare!» sbotta il padre, angosciato dalla decisione del figlio di voltare le spalle agli studi classici e a prospettive future più consone alla sua estrazione sociale, mentre la madre ingegnere cerca sempre di appianare le cose. Alcune sequenze – la notte sotto il cielo stellato, la festa in cui Enzo ammette: «Non mi piacciono il lusso, le feste, gente che festeggia come se tutto andasse bene» – colpiscono per autenticità e restituiscono lo sguardo inquieto di un giovane che non trova posto nel mondo. Ma l’impressione finale è di un’opera incompiuta, che alterna intuizioni felici e sensibili a passaggi prevedibili o che lasciano perplessi, con un epilogo “caricato” melodrammaticamente e poco convincente. E pur se è apprezzabile il generoso atto d’amicizia di Campillo per il collega più famoso che stava per morire, Enzo lascia aperta la domanda su ciò che sarebbe potuto essere, se Cantet fosse riuscito a dirigerlo.

Antonio Autieri

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