Ada (Benedetta Cimatti) ha perso il primo figlio, Andrea, morto a pochi anni in seguito a una sua svista. Il suo senso di colpa si materializza al punto che sente Andrea tornare dall’Aldilà, ordinandole di non far nascere il secondogenito, di cui è incinta al nono mese. «Non sono pazza: è mio figlio morto che mi parla!» è il refrain del film. Ada fa il paio con Ade, il regno dei morti. E Ada è certo più assonante con Andrea di quanto non lo sia Lorenzo, nome scelto per il prossimo nascituro.
Il primo figlio inizia con l’esposizione, da parte della protagonista durante una lezione, di un pensiero di Kierkegaard secondo cui l’angoscia non è legata al passato bensì al futuro. Nel futuro, infatti, entra in gioco la scelta, la quale implica un taglio a volte spaventoso. È curioso che a dire ciò sia una persona inchiodata mani e piedi a una colpa passata. D’altronde, così funziona la psiche: il soggetto ha spesso bisogno di attribuirsi una colpa (se non un dolo), di dare cioè luogo a un super-io che lo tiranneggi, sì, ma anche lo strutturi. La depressione della protagonista fa da schermo alla vita che – sotto forma del nuovo bambino – le pulsa dentro, e di cui lei non vuole sapere nulla. A un certo punto malauguratamente Ada e l’amica Paola (Astrid Meloni) fanno una seduta spiritica che ha successo, e il piccolo Andrea torna a tutti gli effetti sulla terra, tormentando la madre di rimproveri. A livello visivo, con il ritorno di Andrea dall’Oltretomba la componente horror certo non manca. Paradossalmente, però, le immagini più evocative sono quelle in cui è la sua assenza a risuonare di orrore, negli incubi misti a flashback della madre, rappresentati con grande maestria. In un certo senso, i fantasmi fanno ancor più paura quando rimangono tali. Venendo invece al bambino più nello specifico, quest’ultimo potrebbe essere condensato nella sua frase: «Io non voglio l’altro». Non voglio l’altro fratellino, è la accezione dominante della richiesta; ma anche non voglio il padre, voglio soltanto la diade con la mamma. È noto che già dal terzo mese i bambini iniziano a triangolare, cercando nella stanza un elemento terzo a sé e alla madre. Andrea – pur da morto – è grandicello. Si capisce allora che c’è un che di sintomatico nelle proiezioni mentali della madre: un voler stare sola con la propria colpa, nutrirsi in modo anoressico del proprio sintomo. Sul rapporto simbiotico madre-bambino, la psicanalista Laura Pigozzi scrive nel suo libro Non solo madri che è più facile rispondere a «Che cos’è una madre», piuttosto che a «Che cos’è una donna?», essendo quest’ultima meno un universale. I rapporti iper-simbiotici sono spesso mortiferi. L’ombra dell’oggetto amato rischia di ricadere sull’io, per dirla con Freud. Proprio per questo, non deve sfuggire, all’interno del film, l’importanza del ruolo di Rino (Simone Liberati), compagno di Ada, che, per quanto può, prova a impedire all’ombra che incombe su di lei di autoalimentarsi.
Il film di Mara Fondacaro, insomma, suscita una gran quantità di domande, naturalmente destinate a rimanere aperte. «C’è vita dopo la morte?» è un quesito che viene posto a più riprese nel film in relazione al figlio redivivo. Ma forse la vera domanda è: «C’è vita dopo la nascita?» (titolo, questo, di un’intervista a David Lynch). Il primo figlio, come il tema e il genere horror suggeriscono, è anche un omaggio a Rosemary’s baby di Polanski, sempre in qualche modo sullo sfondo e di cui si arriva a citare un’inquadratura passata alla storia. L’opera prima da regista di Mara Fondacaro (classe 1994), della quale è regista e sceneggiatrice, ha vinto il premio SIAE Cinema per la miglior sceneggiatura durante la 18ª edizione della Festa del Cinema di Roma 2025.
Alessandro Radice
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