Alla fine a vincere l’Orso d’Oro a quest’anno è stata una donna, la rumena Adina Pintilie, con Touch me not, un’opera sperimentale a metà tra fiction e documentario (che è il mondo da cui proviene la regista) che parla di intimità fisica e di tabù. Di sicuro un film con poche probabilità di diffusione al di fuori dei festival, che invece grazie al premio probabilmente troverà la sua strada anche per il pubblico italiano (si vedrà poi se questo lo apprezzerà o meno). Una scelta forse prevedibile in una manifestazione in cui si è dato moltissimo spazio (a proposito e, bisogna dirlo, a volte anche a sproposito) al tema del momento: quello delle molestie sessuali e del ruolo delle donne nell’industria cinematografica e fuori di essa.

Anche l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria (quest’anno guidata dal tedesco Tom Tykwer), del resto, va a una donna, la polacca Małgorzata Szumowska (una veterana di Berlino, in cui è stata presente in varie edizioni: prima nella sezione Panorama, poi in quella principale, dove aveva già conquistato un Orso d’Argento nel 2015) che con Mug sceglie questa volta la via della farsa per raccontare la sua critica alla Polonia di oggi.
Resta invece a bocca asciutta l’altra donna in concorso, l’italiana Laura Bispuri, anche se il suo Figlia mia aveva ricevuto molti applausi alle proiezioni del concorso. Ma del resto anche i padroni di casa tedeschi questa volta sono rimasti esclusi dai premi più importanti.

Si porta a casa due premi Las Herederas del paraguayano Marcelo Martinessi, l’Orso d’Argento per il film che apre nuove prospettive e quello, ben meritato, per la sua protagonista Ana Brun. Il premio per l’interpretazione maschile lo conquista invece il giovane esordiente Anthony Bajon, protagonista intenso e convincente de La prière di Cédric Kahn, storia di un giovane tossicodipendente che cerca una vista di uscita in una comunità di recupero religiosa e che lì, tra fatica fisica, amicizie, amore e illuminazioni spirituali, trova una sua strada. Un film semplice e riuscito, che sarebbe bello vedere distribuito anche in Italia.

Il premio alla regia è andato a Wes Anderson che con il film di apertura Isle of Dogs (in Italia arriva a maggio) firma l’ennesimo gioiellino che di sicuro non aveva bisogno di questo “incoraggiamento” per raggiungere il suo non poi così piccolo pubblico affezionato (e infatti nemmeno c’era alla premiazione e ha lasciato Bill Murray a ritirare l’Orso per suo conto). La miglior sceneggiatura è invece quella di Museo di Manuel Alcalá e Alonso Ruizpalacio (anche questo arriverà in Italia, grazie anche al suo protagonista Gael Garcia Bernal), mentre a completare la lista dei premi principali c’è un’altra donna, Elena Okopnaya per Dovlatov, ritratto di uno scrittore dissidente e misconosciuto, destinato al successo post-mortem, uno squarcio faticoso ma non senza pregi sulla comunità artistica dell’Unione Sovietica.

Oltre a quelli della Giuria Principale, Berlino conta innumerevoli premi “di contorno”, specie nella nutrita sezione dedicata agli spettatori più giovani, a sua volta suddivisa per età. La sezione Panorama, in cui tradizionalmente anche il pubblico, tramite votazione alle proiezioni, assegna un premio, è stata vinta da Profile di Timur Bekmanbetov, che realizza un’operazione sperimentale, raccontando il tentativo di una giornalista inglese di “agganciare” un terrorista via Internet utilizzando solo gli schermi di computer e cellulari.

Insomma, si capisce che, a parte le questioni di politica corrente (l’anno scorso, con la botta recente dell’elezione di Donald Trump in Usa non si parlava d’altro; quest’anno il confronto “impari” tra uomini e donne ha tenuto banco), il festival di Berlino, anche se alla fine l’edizione è risultata meno memorabile delle precedenti, ha tenuto il radar ben acceso sulle novità non solo dei contenuti, ma anche del mezzo (o meglio dei mezzi) con cui le storie del cinema vengono raccontate. Ne è testimone anche un altro film del concorso che si è dovuto accontentare di una menzione dalla giuria ecumenica, Utøya 22. juli di Erik Poppe, che racconta l’attentato terroristico che in Norvegia colpì il campo dei giovani laburisti, attraverso lo sguardo impotente, volutamente limitato, di una delle vittime.
In un’epoca di poche certezze viene il dubbio che il punto di vista sia quello che conta di più…

Laura Cotta Ramosino