Luca Varani ha 23 anni ed è un giovane come tanti altri. Vive a Roma nel quartiere La Storta e si divide tra lavoro e studio. Di giorno affianca spesso il padre, proprietario di un banco mobile di dolciumi, mentre di sera frequenta, a fatica e con scarso successo, la scuola serale nel tentativo di trovare la sua strada e costruire un futuro con la fidanzata Marta.

Presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra di Venezia 2026, La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini si misura con l’intenso e profondo caso letterario di Nicola Lagioia attraverso una strategia narrativa fondata sulla sottrazione. Se il romanzo di Lagioia esplora in profondità l’universo dei carnefici, indugiando su morbosità e violenza in relazione al delitto del giovane 23enne, avvenuto nel marzo 2016, il film opera un taglio drastico: gli aguzzini restano in secondo piano e la violenza è confinata nel fuori campo, affiorando solo in poche inquadrature finali, la cui essenzialità risulta particolarmente efficace nel comunicare l’orrore dell’evento.

Ben lontana dall’essere un fedele adattamento del libro, la sceneggiatura — scritta dai fratelli D’Innocenzo e da loro successivamente misconosciuta dopo gli improvvisi cambiamenti non condivisi né approvati — permette all’opera di Gabbriellini di offrire una prospettiva capovolta sulla vicenda. Il regista abbandona la cornice del “caso Varani” per concentrarsi sull’esistenza di Luca prima della sua trasformazione in vittima mediatica: un giovane di 23 anni, inserito in una rete affettiva solida (genitori, fidanzata, amici), ma sospeso tra periferia e centro, tra energie e incertezze. Il film si configura così come un “racconto di formazione interrotto”, che rifiuta spiegazioni sociologiche riduttive, teorie generalizzanti sull’adolescenza o giudizi moralistici sulla contemporaneità.

Sprovvisto di qualsiasi finalità sociologica, La città dei vivi preferisce narrare la quotidianità del protagonista, restituendo allo spettatore un ritratto generazionale autentico: Luca è animato da desideri ordinari (un futuro stabile, una casa, la possibilità di sorprendere la compagna), ma è al tempo stesso segnato da mille incertezze e vulnerabile alle tentazioni dei facili guadagni, percepiti come strumenti per realizzare progetti affettivi più che come segni di devianza. Nel tentativo confuso di trovare la sua strada e dare un senso alla propria esistenza, si lascia sedurre dalle tentazioni, incapace di riconoscere i campanelli d’allarme. È così i suoi sogni si spezzano nel momento in cui il suo percorso si infrange contro una violenza cieca e insensata.

Attraverso uno sguardo tenero, un linguaggio asciutto e una narrazione lineare — seppur con qualche passaggio più frammentario e poco convincente — il film solleva una riflessione non banale sull’esistenza, lasciando emergere una profonda e commovente umanità, soprattutto attraverso i personaggi che circondano il protagonista: il padre, interpretato dal sempre ottimo e credibile Valerio Mastandrea, e la fidanzata, cui presta il volto la brava Gaia Merlonghi. Ne nasce un’opera sicuramente che non sempre convince ma comunque preziosa, anche in ambito scolastico: un film che, al posto di esibire il male, sceglie di proteggere e raccontare le fragilità di una vita ordinaria.

Marianna Ninni

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