DUE RECENSIONI SUL FILM: UNA NEGATIVA, L’ALTRA CHE DISTINGUE UN’OTTIMA REALIZZAZIONE E TESI ETICAMENTE DISCUTIBILI, L’INSOPPORTABILE MANICHEISMO IDEOLOGICO DI AMENABAR: IL MONDO DIVISO IN BUONI E CATTIVI

Esistono paraplegici buoni e paraplegici cattivi? Sì, risponde senza esitazione il regista Alejandro Amenàbar: cattivo è il paraplegico che tenta di dissuadere dal suicidio il paraplegico che non vuole più vivere. Questa al fondo la tesi del regista che porta sullo schermo la vera storia di Ramon Sanpedro, interpretato dal fascinoso attore latino Javier Bardem (tutti salutano in lui il nuovo Banderas). Ramon era un giovane spagnolo che, per un tuffo mal riuscito, rimase paralizzato dal collo in giù. Dopo vent’anni passati a letto, assistito dal fratello e dalla sua famiglia, ingaggiò una battaglia legale coi tribunali per ottenere il diritto di suicidarsi. Non l’ottenne, ma riuscì a procurarsi lo stesso del cianuro con il quale si uccise davanti a una telecamera, per mostrare a tutti il suo gesto. Il tema doloroso della sofferenza, della paralisi e della morte è trattato da Amenabar con grande maestria: Bardem è affascinante nella parte di un uomo saggio e comprensivo, che è amato dalla sua famiglia e aiuta il nipote a crescere. Così come sono semplici e affettuosi i suoi famigliari, la responsabile locale del gruppo pro-eutanasia e l’avvocatessa che arriva a innamorarsi di lui, e che verrà colpita a sua volta da una malattia che la ridurrà a vegetare senza coscienza e memoria. Il film gode di una splendida fotografia, inframmezzata da alcune scene oniriche del protagonista, di grande effetto. I personaggi sono descritti con passione e assai acutamente e immediatamente si prova grande compassione per quest’uomo intelligente e sensibile, dall’animo poetico (il titolo del film è quello di una sua raccolta di poesie) e dalle grandi doti umane. Ma non pensiate che tutti siano buoni e bravi nel film, perché il protagonista dovrà anche battersi contro i suoi oppositori. In ordine crescente, vediamo il fratello del protagonista: ex pescatore, ha abbandonato il mare per assistere Ramon. A differenza del fratello, che ha girato il mondo e si esprime con precisione e logica ferrea, lui è rozzo, quando si scalda parla in dialetto galiziano e tutte le volte che si nomina il futuro suicidio va su tutte le furie, riuscendo solamente a ripetere “in questa casa non si uccide nessuno”. Al secondo posto la legge, ovviamente: i giudici respingono il ricorso di Ramòn perché la legge spagnola vieta di dare la morte a chicchessia, anche se richiesta. A loro la colpa di voler immischiarsi nei fatti privati della gente. Ma la palma della turpitudine spetta (ma va’?) a un prete cattolico. Questi è a sua volta paralizzato, proprio come Ramon e, intervistato alla televisione, dice cose banali sulla vita e sulla morte. Non invitato, si reca a casa di Sampedro per convincerlo che la vita può essere degna e bella anche da un lettino o da una carrozzella. Tanto Ramon è bello e prestante anche non muovendosi mai dal suo letto al primo piano, tanto il prete nerovestito è brutto e flaccido e, dato che la sua carrozzella non passa per le scale, è costretto a mandare un ragazzo al piano di sopra per parlare col protagonista e cercare inutilmente di convincerlo: una scena quasi comica, che mette in ridicolo il prete e la religione. Il suicidio è cosa alta e dignitosa, spiega il regista, e chi vi si oppone tenta di ridurre in schiavitù l’uomo. Sipario. Applausi.,

Beppe Musicco

UN OTTIMO FILM. MA DALLA TESI (PRO EUTANASIA) DISCUTIBILE

Dopo aver realizzato “The Others” e “Apri gli occhi” il talentuoso e precoce regista cileno Alejandro Amenàbar (classe 1972), che si è guadagnato l’etichetta di specialista del brivido, si cimenta nel genere drammatico e nella ricostruzione di un fatto realmente accaduto: la vicenda di Ramon Sampedro, un tetraplegico costretto a rimanere immobilizzato a letto per circa trent’anni e della sua lotta per avere l’autorizzazione ufficiale a esercitare “il diritto di darsi la morte”. Diciamo subito che il cambio di genere non spaventa Amenàbar: il ragazzo dimostra di essere dotato di grande abilità tecnica, tanto che dal punto di vista estetico il film risulta essere davvero pregevole. Si parte da una interpretazione titanica di Javier Bardem, (e qui Amenàbar dimostra di essere un ottimo direttore di attori) che pur recitando per tutto il film sdraiato nel suo letto (fatta eccezione per alcune scene oniriche nelle quali immagina di alzarsi e camminare), riesce a essere egualmente straordinario e convincente, affidandosi unicamente all’espressione del volto e alle “smorfie” del viso. Una Coppa Volpi, la sua, davvero meritata. Si aggiunga poi una scelta azzeccata delle location, dove la tranquillità e la bellezza del paesaggio sembrano andare a braccetto con i sentimenti dei protagonisti, e del cast di contorno, anch’esso diretto molto bene (tutti sembrano amare in maniera quasi estrema i loro personaggi). Il tutto è accompagnato dalla mano leggera del giovane regista che si concede anche qualche virtuosismo, come l’ottima sequenza del volo attraverso il verde delle montagne,Qualche perplessità affiora, però, se si va a riflettere sui contenuti, sull’idea che il regista ci vuole trasmettere attraverso la sua sceneggiatura (scritta con l’amico Mateo Gil). Il film, infatti, tocca il tema dell’eutanasia e prende una posizione nettamente favorevole nei confronti di chi la vuole praticare su se stesso, descrivendola come una delle espressioni più alte della libertà dell’uomo. Ottimo spunto, questo, per attaccare il punto di vista della Chiesa che qui è vista (nella figura del prete) come la “controparte” che si oppone a tale esercizio. Non ci piace fino in fondo questa strategia, anche perché nel copione ci sono un paio di frasi francamente inaccettabili, quali “un tetraplegico non può amare” e “la persona che mi ama di più è quella che mi uccide”. Ci sembra, insomma, che la scala dei valori morali secondo il regista trascuri con eccessiva leggerezza alcuni aspetti che al contrario andrebbero sottolineati, come, ad esempio, il fatto che l’amore di chi ti sta attorno può davvero farti apprezzare di più la vita.,Il regista si dimentica che la vita è più importante della libertà e che senza vita la libertà non è possibile. Non ci sembra quindi che le parole del prete, descritto nel film come una macchietta ridicola, siano poi così sbagliate quando dice ai famigliari “siete sicuri di trasmettergli abbastanza amore?”. Infatti, anche se nessuno mette in discussione l’affetto della famiglia di Sampedro, che dal film emerge in modo evidente, resta il fatto che il non opporsi al desiderio di morte del protagonista sembra contrastare l’idea di un amore vero, pieno, assoluto. Non a caso la persona che decide di accompagnare Sampedro nel suo ultimo viaggio è Rosa, una ragazza fragile e problematica. E non dimentichiamoci del finale irritante: il primo piano sulla bella avvocatessa che ha perso la memoria in seguito ad una serie di emorragie cerebrali e che non riconosce l’amica. Come dire: “Hai visto che avresti fatto meglio a toglierti la vita?”,“Mare dentro” è un film che poggia quindi su una dualità difficile da comprendere e da accettare dal punto di vista prettamente cinematografico: da una parte una forma eccellente, dall’altra una serie di temi e di idee oggettivamente discutibili e contraddittorie.

Francesco Tremolada