L’ascesa mondiale di Michael Jackson, da talento prodigio dei Jackson Five negli anni 60 fino alla consacrazione definitiva con gli album Thriller – oltre 25 milioni di dischi venduti dal 1982 – e Bad nel 1988.

Il cinema, dopo il successo planetario di Bohemian Rhapsody nel 2018, sta saccheggiando le biografie delle grandi star della musica pop e rock per proporle sul grande schermo. In questi anni abbiamo potuto ammirare i film su Elton John, Elvis, Bob Marley, Amy Winehouse, Bob Dylan e Bruce Springsteen, per citare i più importanti. Antoine Fuqua porta sullo schermo Michael, ovvero il biopic su Michael Jackson, probabilmente la più grande pop star di tutti i tempi.

Il regista sceglie di concentrarsi sugli anni della formazione di Michael, dai tempi della sua formazione con i fratelli e nei Jackson Five fino all’affermazione personale negli anni 80. Al centro c’è il suo difficilissimo rapporto con il padre padrone Joseph Jackson (Colman Domingo) che avrebbe voluto continuare a controllarne la carriera, come ha fatto con i fratelli. Il film è una vera e propria esaltazione del talento di Michael, tanto che la biografia rischia di lasciare il posto all’agiografia, e questo non è un bene. Per ragioni contrattuali, Fuqua omette tutte le zone d’ombra che hanno accompagnato la vita di Michael Jackson che nel film si intuiscono appena e questo priva un po’ il film di interesse. Jackson viene presentato come un ragazzo mai veramente cresciuto e rimasto all’infanzia; appassionato di giochi, animali esotici e molto partecipe delle sorti di bambine e bambini malati che va spesso a trovare in ospedale.

Tuttavia c’è la musica come grande protagonista, grazie all’interpretazione del bravissimo Jafaar Jackson, nipote di Michael, che si dimostra un ballerino straordinario, quasi quanto lo zio. I fans di Jackson rimarranno sicuramente contenti perché potranno rivivere hit indimenticabili. Al netto delle questioni personali di Jackson, il film a livello di sceneggiatura avrebbe potuto approfondire maggiormente altri aspetti, con il rapporto strettissimo con la madre Katherine (Nia Long) e con i fratelli che invece rimangono troppo, per non dire totalmente sullo sfondo.

In Michael si canta e si balla, e questo è un bene, ma gli altri biopic su citati hanno permesso allo spettatore di entrare di più nel mondo spesso difficile, controverso e con zone d’ombra dei grandi della musica.

Stefano Radice

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