Due recensioni per l’ultimo film di Stanley Kubrick: la prima più entusiasta, la seconda più problematica.
Eyes Wide Shut è l’ultima, enigmatica fatica del regista visionario Stanley Kubrick. Uscito postumo nel 1999, il film ha generato non pochi interrogativi sulla sua presunta completezza, soprattutto in fase di montaggio. La pellicola ci immerge nella vita apparentemente perfetta di Bill Harford, un medico borghese, e di sua moglie Alice. Il racconto si addentra nelle profondità della loro vita relazionale e sessuale, esplorando come l’uomo spesso finga comportamenti che non riflettono appieno le sue fantasie e i suoi desideri più intimi, ma che rispondono unicamente alle aspettative sociali.
Come suggerisce il titolo, il film è intessuto attorno al rapporto tra il guardare e l’essere guardati. Fin dalla sequenza iniziale, questo tema emerge prepotentemente: Alice chiede a Bill «Come sto?», e lui, senza neanche averla guardata, risponde che è bellissima, provocando la replica significativa di lei: «Non mi hai neanche guardata». Il legame tra gli sguardi si manifesta in ogni scena, dalla prima sequenza del ballo, dove Alice flirta con un uomo mentre cerca ossessivamente lo sguardo del marito, fino alla festa in maschera. Qui, nonostante tutti indossino delle maschere, il tema dello sguardo è più palpabile che mai, creando un’ambiguità stilistica affascinante.
La scena forse più emblematica si svolge quando Bill entra nella villa e assiste a una sorta di rito di presentazione. A un certo punto, la macchina da presa si sposta su due individui che si girano verso la camera e ci fissano; subito dopo, uno stacco di inquadratura ci porta sullo sguardo di Bill, che a sua volta guarda in corrispondenza della macchina. Kubrick, con questa potente scelta registica, vuole farci comprendere che noi spettatori, come esseri umani, siamo costantemente osservati. Attraverso lo stacco, il regista ci suggerisce che noi siamo Bill: i due individui che guardano in camera stanno osservando Bill, e noi, in quel momento, siamo lui. Bill, proprio come noi, sta assistendo e vivendo un contesto in cui non dovrebbe trovarsi; la sua figura sociale non dovrebbe essere lì, e neanche la nostra. Eppure, come lui, ne siamo profondamente affascinati e desiderosi di saperne di più.
Per l’intera durata del film, Kubrick ci mostra le contraddizioni dell’uomo: la visione di ciò che crediamo sia giusto all’interno di una relazione e ciò che il nostro inconscio desidererebbe o immagina. L’odissea che affronta il protagonista è un viaggio in un mondo fatto di fantasie e lussuria, uno specchio del suo inconscio, o meglio, del nostro. Tutto il suo percorso viene innescato dalla confessione di Alice di aver avuto fantasie su un altro uomo, un momento che smonta le certezze di Bill e introduce il tema del perturbante. Questo perturbante emerge prepotentemente quando il mondo familiare e rassicurante di Bill – la sua relazione, la sua casa, la sua vita borghese – viene improvvisamente minato e percepito come alieno a causa della confessione di Alice. Ciò che era certo e sicuro si trasforma in qualcosa di sconosciuto e spaventoso. È il ritorno del rimosso, l’affiorare di fantasie e desideri repressi che si manifestano con una sensazione di estraneità e sottile orrore, rivelando l’incognita che si annida nella normalità.
La profondità di Eyes Wide Shut è esaltata dalla straordinaria maestria tecnica di Kubrick, che forgia un’atmosfera unica. La musica gioca un ruolo cruciale, con scelte sonore che vanno dal valzer di Shostakovich alle inquietanti composizioni originali, fino ai canti gregoriani distorti, creando un senso di surrealtà e angoscia. Ci siamo chiesti per tutto il film: è possibile che un rapporto possa essere distrutto da una fantasia sessuale? È possibile che una coppia possa autodistruggersi per un aspetto prettamente fisico e carnale? Kubrick sembra volerci mostrare quanto siamo deboli di fronte al tema del sesso e quanto siamo impotenti di fronte al nostro inconscio. Forse il regista vuole anche esplorare quanto lo sguardo degli altri, lo sguardo della società, assoggetti il nostro io e il nostro inconscio.
Eyes Wide Shut è il testamento artistico di Kubrick, una pellicola ricca di molteplici chiavi di lettura: una critica acuta alla società borghese, alla finzione dei costumi, alle relazioni umane artefatte. È un film da rivedere ciclicamente, per stupirsi e interrogarsi ogni volta su ciò che Kubrick vuole mostrarci di noi stessi e della società in cui viviamo.
Mattia Basile
Accanto alla lettura attenta e partecipe proposta da un nostro giovane critico, che coglie con finezza la complessità simbolica e psicologica di Eyes Wide Shut, resta tuttavia aperta una questione che merita di essere interrogata con maggiore decisione. Il film di Stanley Kubrick – che si fece apprezzare anche per la capacità di valorizzare il taento di Tom Cruise e soprattutto Nicole Kidman in ruoli ben diversi da quelli interpretati fino a quel momento e in un’opera con ambizioni ben maggiori – si offre infatti come un’opera affascinante e stratificata, capace di indagare le ambiguità del desiderio e le contraddizioni dell’identità borghese; ma proprio questa immersione nel mondo delle fantasie e delle pulsioni rischia talvolta di sconfinare in una rappresentazione compiaciuta, dove il limite tra analisi e fascinazione si fa incerto.
In particolare, la lunga sequenza della villa — pur giustificata sul piano simbolico e narrativo — solleva interrogativi non secondari sul rapporto tra sguardo e responsabilità dello spettatore. Se è vero, come suggerisce la prima recensione, che Kubrick ci coinvolge direttamente, rendendoci partecipi dello smarrimento del protagonista, è altrettanto vero che tale coinvolgimento può trasformarsi in una forma di esposizione morbosa che non favorisce il distacco critico. Il rischio è che l’esperienza estetica si traduca in una sorta di ambigua attrazione per ciò che il film stesso vorrebbe mettere in discussione. Come seconda opzione, ci può essere un rifiuto morale a priori che non permette di cogliere quanto l’autore ci sta suggerendo sullo smarrimento dell’uomo contemporaneo.
Anche il finale, volutamente sospeso, lascia spazio a una pluralità di interpretazioni (moltiplicate dagli anni passati: ci sono in rete molte ipotesi anche su allusioni oscuri che Kubrick avrebbe lasciato su scandali e crimini sessuali), ma proprio per questo può apparire un po’ troppo ambiguo e narrativamente irrisolto. La riconciliazione tra Bill e Alice sembra fondarsi più su una presa d’atto della fragilità umana che su un autentico percorso di verità e responsabilità. In questo senso, il film sembra arrestarsi sulla soglia di una possibile redenzione, senza però indicarne chiaramente la direzione.
Eyes Wide Shut resta, senza dubbio, un’opera di grande valore formale e intellettuale, che merita di essere vista e discussa; tenendo in debita considerazione che il film fu presentato dopo la morte di Kubrick, che pure lo aveva appena mostrato alla Warner Bros. in forma definitiva ma con tutti i dubbi su un esplicito avallo a distribuirlo prima di modifiche che l’autore continuava ad apportare a lungo alle sue opere appena concluse. E pur apprezzando l’atmosfera sospesa tra sogno e realtà e la riflessione sull’incapacità dell’uomo contemporaneo di vivere la realtà stessa, proprio per la sua capacità di toccare dimensioni profonde dell’esperienza umana, richiede allo spettatore uno sguardo vigile, capace non solo di lasciarsi interrogare, ma anche di discernere criticamente ciò che viene mostrato.
Antonio Autieri
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