Svegliarsi alla mattina, andare al lavoro in metropolitana e scoprire all’improvviso di essere diventato una star mediatica assoluta. È quanto capita a Martin, persona umile e grigia, che di punto in bianco si vede osservato, fotografato, sbattuto su Internet e in tv senza volerlo. Sospetta uno scherzo di amici, poi deve accettare la (durissima) realtà. Tutti gli consigliano di approfittarne, la tv vorrebbe sfruttare il caso. Ma Martin resiste. E quando potrebbe assaporare la popolarità e la benevolenza del prossimo, in un attimo diventa un mostro…

I 15 minuti di popolarità warholiana sono un incubo per il povero Martin, la cui parabola assomiglia a quelle di tanti personaggi celebri diventati vittima dei media (e c’è un inseguimento di paparazzi sotto un celebre tunnel parigino che rievoca il tragico incidente che costò la vita a Lady Diana). Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. E tutti pretendono che lui stia al gioco, sempre disponibile. Quando si sottrae, è un attimo perché il gioco si capovolga e diventi ancora più brutto. Partendo dal romanzo Le Idol di Serge Joncour, Xavier Giannoli sfrutta un tema ormai molto sentito, che parte da Truman Show e i vari reality (nonché le varie “riprese” cinematografiche); così sentito che nel giro di pochi mesi si sono visti il (brutto) film di Woody Allen To Rome with Love, il cui episodio di Roberto Benigni ricorda moltissimo, con tono farsesco, il dramma di Martin, e poi Reality di Matteo Garrone, che con ben altra profondità e varietà di echi dipingeva una discesa nella follia derivante da popolarità ricercata ossessivamente. Giannoli non ha la stessa abilità di Garrone, e si limita a riproporre cose in parte già viste, per esempio nella rappresentazione di squali della tv pronti a buttarsi sulla preda, salvo gettarla via quando non serve più a raccattare audience. Ma qui si innesta un rapporto interessante con la giovane produttrice, che evita le secche del già visto grazie alla consueta bravura e sensibilità di Cecile de France. Ma si deve al protagonista Kad Merad (già apprezzato in Giù al nord) se Martin Kazinski acquista il peso di un personaggio emblematico, con le sue espressioni da angosciato uomo della contemporaneità. Che vorrebbe solo tornare ai disabili della cooperativa per cui lavora, e si trova invece in un incubo da cui non riesce a uscire.

Manca qualcosa perché diventi un ottimo film, Superstar, e per questo a Venezia 2012 è stato fin troppo snobbato dalla critica italiana. Ma la capacità di gestire la narrazione con fluidità e di credere fino in fondo a una storia assurda (dopo pochi minuti non ci chiediamo più se sia possibile quel che la pellicola racconta), sono da ottimo mestierante. Un film contemporaneo e che si fa vedere. E che nel finale cita con classe un grande – quello sì… – film di Woody Allen, Broadway Danny Rose. Certo non con la stessa capacità emotiva. Ma per un fan di quel grande film anni 80 su un Candide nel mondo dello spettacolo, che colpo al cuore…

Antonio Autieri