Dramma moralmente cupo, Lo straniero di Albert Camus è un romanzo rigidamente introspettivo il cui narratore vive il mondo in un modo che potremmo definire quasi cinematografico. Meursault, un uomo apparentemente privo di coscienza, vive esclusivamente nel presente e nel regno dei sensi, con una sensibilità accentuata a forme, consistenze e fisionomie, osservando chi lo circonda da una certa distanza, come attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Persone e concetti che esistono al di fuori dell’inquadratura, per lui, potrebbero benissimo essere frutto di finzione.

L’adattamento in bianco e nero di François Ozon, pur non raggiungendo la piena raffinatezza e ambiguità del romanzo, apporta interpretazioni psicologiche e politiche più contemporanee a ciò che era presente nel testo. Benjamin Voisin, già protagonista in Estate ’85 dello stesso regista, interpreta una versione giovane e quasi autistica di Meursault. Un Meursault che appare sempre proiettando un’espressione vuota mentre assorbe e rispecchia le realtà del suo ambiente coloniale francese – le separazioni obbligate e le brutali gerarchie – come un bambino perplesso. In seguito alla morte della madre, Meursault subisce l’influenza di Raymond Sintes (Pierre Lottin), che lo rende complice del suo sfruttamento della popolazione araba locale facendo leva sul suo desiderio di accettazione maschile, e di Marie Cardona (Rebecca Marder), un’ex collega che, nella narrazione di Ozon, sembra vedere in Meursault un ragazzo smarrito bisognoso dell’affetto che forse non ha ricevuto dalla propria famiglia.

Nella prima metà del film, caratterizzata da un tono contemplativo, è chiaro per chi Ozon faccia il tifo. Quando Meursault viene processato per l’insensato omicidio di un uomo arabo (Abderrahmane Dehkani) coinvolto in una disputa con Raymond, l’accusa si concentra sulla sua mancanza di reazione emotiva esteriore, più che sulla vittima. Per Ozon, ciò che è “assurdo” è la rapidità con cui la società coloniale ha emarginato e demonizzato un uomo evidentemente affetto da una patologia psichica il cui atto criminale ha semplicemente rispecchiato, senza consapevolezza né finzione, i valori violenti e razzisti del suo ambiente sociale. Catturando la taciturna solitudine di Meursault attraverso inquadrature statiche e ravvicinate e lunghi passaggi di silenzio, eliminando quasi del tutto la narrazione in prima persona, Ozon osserva il personaggio con chiarezza dall’esterno, mettendo in luce le soggettività degli altri, in base al genere e all’etnia, ma relegati ai margini della coscienza di Meursault. Evidente è anche l’enfasi posta da Ozon sulle prospettive arabe, assenti nel romanzo. Da un cinegiornale introduttivo che ripercorre in sintesi la storia del conflitto coloniale algerino, a scene soggettive di cittadini arabi che osservano i pieds-noirs con un misto di curiosità e timore, fino a ulteriori apparizioni e dialoghi per Djemila (Hajar Bouzaouit), la donna araba brutalmente maltrattata da Raymond, Ozon dissemina e incornicia il film con scene che mirano a delineare il contesto di ingiustizia coloniale come elemento vitale della storia.Le modifiche apportate da Ozon mirano a ricordare (soprattutto ai francesi) che la popolazione araba dell’Algeria, così superficialmente disumanizzata agli occhi di Meursault, era anch’essa composta da persone che certo non avevano una buona opinione del trattamento subito sotto il dominio coloniale francese.

Inquietante, coinvolgente e tragicamente umano, il film è un dramma significativo e un ottimo invito a rileggere l’opera di Camus.

Beppe Musicco

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